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ANALISI DEL TESTO,  CODICI DI LANCIO ~ DEMOLIZIONE E RISTRUTTURAZIONE STORIE,  CONFLITTO,  COSTRUZIONE DEI PERSONAGGI,  CREAZIONE DEL MONDO NARRATIVO,  DIFETTO FATALE (FATAL FLAW),  DISTANZA EMOTIVA,  MONTAGGIO,  NARRATORE E NARRAZIONE,  NON-RECENSIONI,  STRUTTURA,  WORLDBUILDING

BONACCIA: DOVE SI È PERSO L’IMMORTALE CHE ASCOLTAVA IL VENTO

NON-RECENSIONE DE “L’IMMORTALE CHE ASCOLTAVA IL VENTO” DI ESTELWEN ORIEL

 

Sono dell’idea che un’amara verità è sempre meglio di una soffice bugia.
O almeno, io le prime le ho sempre preferite alle seconde.
Anche se le soffici bugie te le incartano in modo delizioso per farti credere che tu ne abbia bisogno, e sembrino così piacevoli da ricevere, resta il fatto che non ti facciano bene.

Devo ammettere che parlare di questo libro non è affatto facile, perché, francamente, non capisco proprio la scelta che c’è alla base della decisione di pubblicarlo.

Non in questa veste, perlomeno.

Ma andiamo per gradi.
L’immortale che ascoltava il vento ci mette di fronte al fatto che Estelwen Oriel è un’autrice che ama il suono delle parole, che ha un animo poetico, che è capace di perdersi nella suggestione di un paesaggio e che si fa permeare dalla bellezza struggente delle cose, anche di quelle piccole. È un’autrice sensibile, da poesie.
Ogni bagliore, ogni sospiro di vento, ogni baluginio di luce possono incamerare il seme dello stupore e della meraviglia.

Questa peculiarità è un pregio. Finché non diventa un difetto.

Siete mai entrati in una cristalleria?
Avete mai visto il modo in cui la luce si rifrange nel cristallo e forma arcobaleni un po’ ovunque?

Mia mamma, quando ero piccola, aveva una vera passione per i soprammobili di cristallo Swarovski. Li metteva dentro una teca, li poggiava sulle loro basi circolari di specchio e li allineava. Ordinati. Immobili. Da guardare e basta.

A cosa servivano?
A nulla.

Nemmeno a prendere la polvere, perché erano chiusi a chiave. Lontani dalla portata delle nostre mani e dall’aria. Ma erano lì, belli e scintillanti. Suggestivi. Elaborati. Gradevoli.
Inutili.
Talmente tanto che l’interesse nei loro confronti scemava in maniera così repentina da colare quasi a picco: all’inizio li guardavi perché non potevi farne a meno, ma poi non entravano mai a far parte di te perché non ci interagivi, non avevano alcun impatto e quindi te ne dimenticavi molto facilmente. Finché li ignoravi perché facevano solo parte delle “decorazioni” a cui passavi accanto pensando ad altro.

Quando entri in una cristalleria non tocchi mai nulla.
Guardi tutto da lontano. Con circospezione. Lasci vagare lo sguardo, lo lasci indugiare sulle rifrazioni della luce.
Ti lasci abbagliare per un po’ e poi… basta. Fra te e quella luce non ci sarà mai nient’altro che questo. Tu la guardi e lei si fa guardare.
Stop.

La lusinga della ricerca della bellezza nelle parole usate è un trappolone in cui tantissimi autori esordienti/emergenti si incastrano. E questo va a scapito di elementi che sono più importanti per una buona storia.

Ne L’immortale che ascoltava il vento è ancora più facile finire in quella trappola perché i protagonisti della vicenda (non la chiamo “storia” per un motivo; poi ne parliamo) sono elfi.
Creature immortali.
Legati a un concetto di tempo che è dilatato talmente tanto da diventare immobile.
Tanto da permetter loro di essere leziosi, perfezionisti, algidi e immutabili. Volti alla perfezione.
Nello spirito e nell’aspetto.
Incarnano un ideale solido, leggiadro, affascinante e oltremodo distante perché inarrivabile.
Appartengono indubbiamente a un’altra “categoria” di esseri.

E questo, già di per sé, crea un divario fra i personaggi tra le pagine e chi si approccia a leggere.

Perché il fascino esotico che hanno è anche subordinato a quelle caratteristiche che li identificano chiaramente come “qualcosa” di estremamente diverso da chi sta fruendo il contenuto.

Da un lato, questo dualismo porta in sé un grande magnetismo emanato ma, dall’altro, serve un ponte bello lungo che metta in connessione questi due poli opposti.
Che sia efficace e che mi faccia capire che esiste qualcosa che accomuna chi legge e chi vive le vicende.
È assolutamente necessario.
Perché altrimenti questi elfi rischiano di essere oltremodo “graziosi” ma “emotivamente troppo distanti”. Rimanendo indecifrabili.
Come se fossero al di là di un vetro antiproiettile spesso due centimetri, che attutisce e sbarra tutto ciò che proviene dal loro lato, tranne ciò che vediamo, che ci perviene perfettamente limpido e nitido.

E questo nonostante questi immortali provino dei sentimenti reali e concreti.
Ma, senza una codifica chiara di quello che rappresentino per noi, sembreranno sempre appartenere a un sistema emotivo diverso, governato da regole diverse; che non sono le nostre. E che non ci tangono.

Quindi, partiamo da questo: la sfida non era facile, e il percorso insidioso.

In parte si trattava di caratterizzare dei luoghi, dei personaggi e delle usanze che hanno in sé il seme dell’irraggiungibilità, della magia ancestrale, toccati da un tempo che ha un significato diverso per una creatura immortale e perfetta nella propria bellezza. Così intessuta nella natura da sfumare i contorni fra sé stessa e l’ambiente che la contiene.
Che respira nel respiro del mondo.

E quindi è comprensibile che Estelwen Oriel abbia indugiato nelle parole per cercare di far emergere attraverso di esse quel senso di rapimento e meraviglia che si percepisce lei provi per queste creature, affinché anche altri potessero provarlo allo stesso modo, e nella speranza di poter evocare almeno in parte cosa comporti essere un elfo, portatore di uno sguardo diverso sul mondo che lo ospita.

Il protagonista di questa vicenda si chiama Erinao, un solitario che solca il mare sulla sua caravella, Anuadana, sospinta dagli spiriti benevoli che la circondano. Un uomo buono a cui il fato ha dato un fardello importante: sentire nel vento i nomi di coloro che moriranno.
(Anche lui è portatore di amare verità.)

Un dono che probabilmente nessuno vorrebbe, per le implicazioni morali che comporta.
Un dono che nessuno prova piacere ad ascoltare, anche. Che ricorda un po’ quello di Cassandra, nella mitologia greca, condannata a essere inascoltata, e a non poter impedire cose orribili.

Potete immaginare le implicazioni di un dono del genere che ha tanto il sapore di una maledizione?

Voi cosa ci fareste?
Scegliereste di rivelare i nomi per permettere alle persone di vivere gli ultimi momenti per dirsi addio, o no?
Lascereste le persone libere di essere ignare e contente finché la morte non sopraggiungesse come un fulmine a ciel sereno?

Senza dubbio è una premessa interessante per una storia. Soprattutto abbinata a un essere destinato a calcare il mondo a lungo. Una condanna eterna, per qualcuno che vede passare i secoli con consapevole pazienza.

Potete immaginare quanti nomi possano arrivare alle orecchie di Erinao nel corso della sua vita?
Soprattutto quando attraversa le terre dei mortali?
Quanto dovrebbe essere oberato, se decidesse di elargire le sentenze che il vento pronuncia?

E quanto potrebbe essere odiato proprio per questo?
Perché, chi mai potrebbe amare qualcuno che porta con sé un tale peso, seppur con animo leggero, e che viene considerato un ladro di anime proprio per questo?

Be’, qualcuno c’è.

Qualcuno così nobile da spogliare Erinao di tutte le sovrastrutture che lo rivestono per vedere semplicemente l’uomo che le indossa.
Un uomo dai capelli candidi nei cui occhi d’argento è possibile scorgere la mestizia e la pace, come se solcassero un mare placido.
E questo qualcuno si chiama Noemarya, la principessa di una terra di nome Ekhaya e che è disposta a seguire Erinao ovunque, anche se questo significa lasciarsi alle spalle il proprio popolo e perdere una delle persone che ha amato di più al mondo. Affrontando ogni destino avverso sulla loro rotta.

«Ma quindi è un libro bellissimo? Queste premesse sembrano incoraggianti per gli amanti del fantasy. Ci sono gli elfi, c’è il mare, c’è una storia d’amore, c’è la magia e c’è perfino un conflitto potenzialmente interessante capace di creare dinamiche coinvolgenti… non manca proprio nulla. No?»

Beh. In realtà – e questa è la parte che fa più male leggendo – qualcosa è andato storto perché manca la storia.
Non la Storia, ma la storia. Anche se un po’ più di accenni sociali e storici, piazzati bene, non avrebbero fatto altro che contribuire in modo positivo alla riuscita. (“Piazzati bene” vorrei sottolinearlo di nuovo, perché non vorrei che ci si confondesse con “spiegoni random e lunghissimi”.)

«Come sarebbe a dire “manca la storia”?»

Eh, proprio quello che ho detto: Manca. La. Storia.

E questo è un vero peccato perché, insieme a un linguaggio troppo ricercato e poetico contribuisce a rendere questo libro, di poco più di 100 pagine, estremamente difficoltoso da leggere, con un passo lentissimo e ritorto che ottunde in ogni modo quello che invece dovrebbe mostrare: una vicenda che ci trasporta lontano a toccare con mano un amore che trascende lo spazio e il tempo.
In questa veste, invece, diventa un chiaro monito degli errori da non compiere, e da cui poter imparare un paio di lezioni sulla scrittura.
E quindi vale la pena di parlarne, perché è un’ottima occasione per mettersi in saccoccia alcuni strumenti utili.

«No, scusa, non riesco ancora a capacitarmi, cosa significa che “manca la storia”? Eppure abbiamo una successione di eventi; un inizio, uno svolgimento e una fine. Com’è possibile che manchi la storia? La storia c’è, sennò non ci sarebbe il libro.»

Eh, no.
Mettiamola più semplice: nel libro c’è una vicenda, ci sono dei personaggi, c’è un’ambientazione… ma questo non è sufficiente perché possa definirsi una storia.
Infatti ci troviamo davanti a una NON-STORIA. (Ne avevamo parlato in questo specifico articolo qui: CHE COS’È UNA STORIA?)

La NON-STORIA è una delle due possibilità che si verificano quando qualcosa va storto nella progettazione di una storia. L’altra evenienza è quella di trovarsi davanti a una IPER-STORIA.

«Quindi tu vuoi dire che pensi che non ci sia solo perché l’autrice non si è piegata alle regolette da manuale di scrittura americano che sfornano storie tutte uguali, eh?»

No.

Quello che voglio dire è che c’è uno sbilanciamento tangibile fra l’impegno profuso nel raggiungimento di un linguaggio ricercato, e oltremodo poetico, e quello che avrebbe dovuto essere dedicato alla costruzione di una storia che possa chiamarsi tale.

Si sono sprecate tutte le risorse a disposizione per concentrarsi troppo su un solo aspetto “stilistico” quando molti altri – altrettanto importanti – sono stati bellamente ignorati.
Questo libro non era pronto per essere pubblicato. Neanche un po’.
E qualcuno avrebbe dovuto accorgersene prima di mandarlo in stampa perché per l’autrice è stata un’occasione di crescita mancata, e soprattutto lo spreco di una storia che “avrebbe potuto essere altro” se fosse stata gestita in modo diverso.

E questo mi dispiace. Tanto.
Perché sembra proprio che l’autrice si sia smarrita dietro al pifferaio magico delle parole, che l’ha portata a camminare su una corda sottile sospesa nel vuoto siderale.

L’immortale che ascoltava il vento manca di un fuoco narrativo concreto, di uno spessore, di un conflitto e di una messa in scena adeguata che avrebbero fatto la differenza. Molti degli avvenimenti presenti nella narrazione sembrano inseriti al motto di “perché sì”, senza tenere conto di tempistiche, motivazioni e meccanismi di causa-effetto che in genere sostengono una storia e la rendono solida.

E quello che non posso fare, perché non voglio, è sostituirmi all’autrice e dirle come avrebbe dovuto scrivere la storia.
Ma posso dire di aver intravisto, nella parte che avrebbe dovuto essere il CLIMAX, la chiave per poter ripensare la storia.
Arrivata in fondo, e avendo compreso dove tutta la TRAMA conduceva, si può fare un ragionamento inverso, rimettendo i pezzi del puzzle in ordine e ragionando sul loro disegno, in relazione a quello più ampio che li contiene.
Posso limitarmi a raccogliere quello che nel libro già c’è, analizzandolo, soppesando pregi e difetti, e suggerendo come aggiustare il tiro per ottenere gli strumenti adeguati a cesellare il vero potenziale inespresso.

Lo farò nella PAGINA SUCCESSIVA. Nel dettaglio.

Ma questo vuol dire che ci saranno inevitabilmente spoiler e chi non vuole rovinarsi la lettura del libro per come è adesso può fermarsi qui, alla conclusione che purtroppo L’immortale che ascoltava il vento non mi ha convinta come avrebbe dovuto.
E che per me è davvero un peccato per l’autrice.

I coraggiosi, quelli che vogliono approfondire e coloro che non vogliono commettere gli stessi errori dell’autrice, li aspetto in QUESTO APPROFONDIMENTO .

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