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INVADENZA LEGITTIMA, A MISURA DI VAMPIRO…

Allora.

 

Mi è capitata per le mani l’occasione ghiotta di fare un articolo sprint, mentre sto leggendo RVH – Ascesa alle Tenebre di Lucia Guglielminetti.

E non posso lasciarmela sfuggire così.

Facciamo un bel mash-up e mettiamo insieme due concetti di cui avevamo già parlato in precedenza: il NARRATORE INVADENTE e l’uso dei TRATTINI MEDI per racchiudere gli incisi.

Se vi ricordate bene, nell’articolo in cui parlavamo di trattini corti, medi e lunghi(ssimi) – cioè qui – abbiamo parlato di uno degli usi del TRATTINO MEDIO, inserendo un monito narrativo.

Ripesco un attimo il pezzo che ne parla, così lo vediamo:

[…] (Il trattino medio) può essere un elemento di stile raffinato – se gestito con criterio – perché presuppone un cambio di tono in ciò che vogliamo sottolineare nella frase.

È una pausa un po’ più lunga di una virgola e serve a “separare” un inciso ponendolo in una posizione “scostata” dal discorso, come se fosse in qualche modo “sia esterno che interno” ad esso. Prendete i virgolettati con la giusta dose di virgolette.

Il trattino medio viene usato generalmente in coppia, in apertura e in chiusura di un inciso. Proprio come le parentesi, con la differenza che, a volte, il trattino non è necessario chiuderlo. Quando il trattino non viene chiuso, ci si appoggia al punto per chiudere la frase.

Sembrava serio – per i suoi standard – era meglio non contraddirlo.

Lo guardò con disapprovazione – era veramente un rompipalle di prima categoria, ma in fondo gli voleva bene.

In questa veste può anche risolvere un ANACOLUTO, cioè una frattura nella sequenza sintattica, che devia bruscamente, introducendo una parte che non rispetta la coesione della frase:

Che poi – no, non aveva alcun senso comunque la volesse vedere.

Trattini medi e parentesi si possono usare indistintamente?
Sni.

Se vogliamo citare Elwyn Brooks White:
“Il trattino (medio) è un segno di separazione più forte della virgola, meno formale dei due punti, e meno rigido della parentesi.”

A livello di norma, i trattini medi e le parentesi potrebbero essere anche interscambiabili perché assolvono un compito molto simile.
Sono entrambi dei segni che COMPLICANO il periodo perché obbligano a mantenere l’attenzione alta (per non inciampare e/o perdere il filo del discorso che stiamo leggendo, mentre deviamo per poi rientrarci dentro). Per questo, se preferiamo uno stile diretto, è bene dosarli entrambi con parsimonia.
Però diciamo che VISIVAMENTE hanno due valenze grafiche diverse.

Le PARENTESI hanno proprio la connotazione di un muro. Come dice E. B. White creano uno stacco più rigido. Per questo si tende a usarle in casi in cui è necessario avere una separazione più netta: implicitamente permettono una divagazione più lunga e ci consentono di poter indugiare su un oggetto che esula un po’ dall’argomento trattato.

Il TRATTINO MEDIO è come un ponticello, invece. Un piccolo guado di sassi che ci permette di affiancare il discorso portante, con deviazioni più corte e più “intessute” nel testo. Presuppone un cambio di tono, di solito un abbassamento, come se delineasse qualcosa da dire a parte ma comunque pertinente.

(TRAPPOLONE: Usarlo all’interno di un testo narrativo dà spazio al NARRATORE INVADENTE e alle sue considerazioni personali, perciò attenzione alle circostanze in cui lo sfruttate.)

A noi interessa proprio la questione del “trappolone”, cioè il fatto che tiri in ballo il NARRATORE INVADENTE e che possa lasciargli lo spazio per infarcire il testo delle sue considerazioni personali.

«Chi è il NARRATORE INVADENTE

Ne avevamo parlato in modo approfondito qui. Però, prendiamo un piccolo stralcio per riprendere l’argomento:

[…] In una narrazione ONNISCIENTE il narratore ha tantissime libertà. Se è funzionale alla storia, può: impostare l’andamento a sua discrezione, scegliere cosa dire e come dirlo, commentare i fatti, commentare i pensieri, giudicare le scelte dei personaggi, giudicare quelle che potranno fare o non faranno mai, e può gestirsi le anticipazioni e le digressioni. Sa tutto. Vede tutto. E ha anche un ruolo fondamentale per appassionarsi alla storia, perché gestisce persino la distanza emotiva fra lettore e personaggi.

È, a tutti gli effetti, potenzialmente molto INVADENTE. E questo può piacerci, a patto che il suo carisma risulti parte integrante nella fruizione della storia. Così, ci affidiamo a lui per farci illustrare la storia.

Però, che succede nel momento in cui scelgo di NON volere un narratore onnisciente, per privilegiare il punto di vista dei personaggi?

Succede che, salvo casi motivati, i personaggi hanno un potere limitato rispetto all’onniscienza. Conoscono quello che vedono e sentono, sanno cosa provano, ma non sanno quello che sanno altri personaggi. Sono INAFFIDABILI in misura variabile, e più o meno consapevoli di esserlo.

Quindi, il NARRATORE INVADENTE si intromette nella narrazione e si piazza fra il fruitore e la storia per dirci ciò che pensa.

Perché in effetti ne sa a pacchi e ci tiene a farcelo sapere.
Può essere molto fastidio, in effetti. Come può essere anche estremamente esilarante, in alcuni casi.

Soprattutto, può essere molto difficoltoso da individuare per un autore che voglia eliminarlo completamente, quando è in stesura di un testo narrativo (se non sa bene cosa cercare).

Ma non divaghiamo.

Quindi, partendo dal presupposto che invada la scena per un motivo XYZ, a seconda del tono che avrà il suo intervento, potrebbe anche appoggiarsi a un inciso fra trattini.

Era proprio una bella macchina – e caspita!, se lo dico io dovete crederci – ed era quasi un peccato fargliela guidare.

Però, la domanda sorge spontanea:

«Cosa giustifica cotanta intromissione in una storia?»

Eh. RVH – Ascesa alle Tenebre ci fornisce una possibile risposta, anzi due. Perché nel suo caso, Lucia Guglielminetti l’ha usato sia per caratterizzare il personaggio, sia come gancio temporale.

«EH?! E che vuol dire?»

Ok. Facciamo un passo indietro.
RVH – Ascesa alle Tenebre è impostato come se fosse la digressione di un vampiro che racconta sé stesso, seduto con le gambe accavallate su una scrivania: “Adesso vi spiego cosa ho fatto in questi trecento anni che sono “vivo”, per modo di dire”.

Quindi abbiamo un narratore che racconta sé stesso (se vogliamo usare paroloni: AUTODIEGETICO) e avremo due piani temporali diversi:

  • il piano di un presente esistente e tangibile al momento della narrazione, ma pur sempre filtrato dal mezzo del diario in cui il protagonista/narratore riversa i suoi pensieri;
  • la progressione temporale degli eventi passati che lo hanno portato lì.

Fin qui, piuttosto chiaro.

Essendo la sua storia personale, il narratore è sia ATTENDIBILE che INAFFIDABILE allo stesso momento.

È ATTENDIBILE perché la storia è la sua, e quindi la conosce bene, visto che l’ha vissuta, ma è anche INAFFIDABILE, perché il resoconto è comunque viziato da ciò che lui ha pensato e vissuto. È la SUA versione della SUA storia.

Questo non è un male. Perché, chissenefrega delle memorie sterili di un vampiro. Noi non abbiamo bisogno di un excursus piatto di una vita vissuta fra sangue e morte. Noi vogliamo sapere cosa significhi per LUI quel percorso. Raistan Van Hoeck ha una sua personalità e ci tiene (ed è legittimo) che emerga.

Va da sé che il modo in cui è impostata la narrazione si porta dietro una componente veramente corposa di RACCONTATO. E che non possiamo accedere a una narrazione unicamente e/o fortemente MOSTRATA.

Quello che possiamo fare è smorzare il più possibile: far trasparire la voce del personaggio in modo dinamico, così che possa sopperire alla potenziale pesantezza soporifera che questo tipo di narrazione, purtroppo, si può portare dietro.

Abbiamo bisogno che Raistan abbia davvero una grande personalità per reggere il “one-man show” e che ci dia un motivo tangibile per seguirlo nelle sue digressioni; che devono essere vivide, ricche di particolari concreti e spendibili per la nostra mente, e che ci ricordino che lui è presente con noi e ci sta parlando.

NARRATORE e NARRATARIO (il destinatario a cui è rivolta la narrazione) devono fare squadra.

Se perdo l’illusione che sia Raistan, con i suoi pregi e i suoi difetti, a raccontarmi la sua personalissima storia, perdo l’interesse a seguirla.
L’autore deve fare NETTAMENTE un passo indietro e lasciare tutto il palco a lui. L’invadenza accettabile deve essere comunque SOLO quella di Raistan, non quella di Lucia (in veste di AUTORE IMPLICITO).

La differenza è sottile e insidiosa, ma c’è: sto dietro le quinte e faccio il modo che dalla platea non distolgano MAI l’attenzione da chi sta sul palco; e mi assicuro pure che non si annoino nel frattempo, gestendo il modo in cui chi sta parlando di sé stesso lo stia facendo.

Capite l’equilibrio precario? Il senso del ritmo che richiede? Il bilanciamento dell’attenzione sulle vicende, e il focus che deve mantenere l’autrice?

Bene.

E quindi, ecco gli incisi.

Nella narrazione di questo libro ne troverete diversi. E hanno perfettamente senso.

Perché qui il NARRATORE INVADENTE ci serve. Deve mantenere accesa l’attenzione per noi. Proprio come quando siamo a un seminario e il nostro relatore è particolarmente brillante da riuscire a canalizzare la nostra attenzione per un tempo piuttosto lungo, anche se sta parlando di [inserire argomento noioso a piacere].

Abbiamo bisogno di sentirci parte di un interscambio: “la mia storia ha senso se tu mi ascolti, quindi ti metto in condizione di ascoltarla; poi magari ti dissanguo pure, ma adesso rimani concentrato. Tiè, beccati ‘sto occhiolino.”

Facciamo degli esempi concreti, tratti dal libro:

Mi sono obbligato ad analizzare i sentimenti che questi eventi mi provocavano – ahimè, il rimorso per la maggior parte di essi non è nelle mie corde e questo dovrebbe dirla tutta sulla mia bontà d’animo – ma ho anche ricordato cose piacevoli, quelle sensazioni che dagli Andrews non ero riuscito a evocare: anch’io ho amato e sono stato amato, e questa consapevolezza, da sola, dà un senso alla mia esistenza.

Qui ci dice qualcosa di lui, e della conscia onestà sulla propria natura, nonostante tutto.

Erano trascorsi sette anni da quando i Palmer mi avevano dato fiducia e avevano trasformato la mia vita. Io ne avevo compiuti ventitré e non sapevo che me ne restavano soltanto cinque, come umano.
Dopo una prima giornata di lavoro un po’ caotica – girare per Londra in carrozza era un vero inferno – non avevo più perso un colpo. Possedevo sul serio un infallibile senso dell’orientamento, mi bastava percorrere una strada una sola volta per non dimenticarla più, e sapevo sempre dove mi trovavo.

Inserisce considerazioni a posteriori per avvenimenti passati creando un ponte fra passato e presente, e ci aiuta a mantenere il focus sul fatto che sia ancora presente, dopo tutto quel tempo, per poterlo raccontare.

Vincent è famoso per la sua inflessibilità e per il profondo senso della legge – la nostra, intendo – che lo anima. Tuttavia, la mitezza non è la sua dote principale.

Puntualizza un particolare che può essere ambiguo. In questo modo mette un muro netto fra le due razze. Legge umana e legge vampirica possono non essere congruenti e, di fatto, una si pone al di sopra dell’altra.

Per fortuna in giro non c’era anima viva – è proprio il caso di dirlo! – l’ora tarda e la pioggia scrosciante avevano indotto chiunque a restarsene tappato in casa.

Qui smorza i toni, e sdrammatizza. Incrementando il nostro favore empatico per lui. E contribuendo a caratterizzare il suo personaggio.

Insomma, può esistere un’INVADENZA LEGITTIMA ed è giusto comprenderne i contorni.

Anche se, e vorrei che questo fosse veramente impresso a fuoco nella testa, ha un rovescio della medaglia: può tirarti fuori dalla storia, ricordandoti che è una storia.

E questo è il motivo per cui non bisogna abusarne.
Gli esempi che vi ho portato sono spalmati nell’arco di 250 pagine, in un libro che ne ha più di 400. Non sono gli unici che ci sono, ovviamente, ma la loro frequenza non è tale da essere disturbante.

E DEVE essere così. Non possono essere gli unici elementi che concorrono a creare quel tipo di illusione narrativa che ricerchiamo in quello specifico caso, perché a quel punto fallirebbero nel loro intento.
Da invadenza legittima passeremmo a un’invadenza disturbante e “ciao, ciao, vampiro sagace e biondissimo”.

Non ne parlo perché lo prendiate come una scusa per giocare al ribasso, e prendere scorciatoie.

Nossignore. Non è usato in questo modo, almeno non in questa storia.
Qui ha senso in virtù di tutta quella serie di connotazioni che abbiamo tirato in ballo prima.

Ma è giusto capire che le tecniche e gli espedienti narrativi che abbiamo a disposizione sono degli strumenti, non delle catene che vincolano la fantasia. E l’utilizzo mirato, in determinati frangenti invece che in altri, può fare la differenza. Sia in bene che in male.

E ora, scusate, torno nella mia cassa da morto – a misura di procione! – a leggere.

 

#ImpariamoInsieme       #NarratoreInvadente

#TrattinoMedio      #Punteggiatura

#AutoreImplicito     #ProcioniVampiri     #RaistanChi?!

#UnProcioneAlGiorno…

© Redazione Coffa ~ Erika Sanciu. Tutti i diritti riservati.

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