IMPARIAMO INSIEME ~ TECNICHE NARRATIVE,  INFODUMP,  IRONIA DRAMMATICA,  MECCANISMI NARRATIVI,  NARRATORE E NARRAZIONE,  PERSONAGGI,  WORLDBUILDING

LA NARRAZIONE È SEDUZIONE

C’è una cosa che mi succede molto spesso quando leggo un libro che mi coinvolge, ed è questa: non riesco a lasciare andare via i personaggi.
Li sento un po’ come persone “di casa”. Non riesco a staccarmi mai davvero, dopo averli accompagnati nei loro turbamenti.

Non ci riesco proprio. Non dopo aver fatto un investimento emotivo nei loro confronti.
D’altronde, ero lì. Sono stata con loro nei momenti “peggiori”, in cui avevano più bisogno di me. (Anche se l’unica cosa che ho potuto fare è stato “guardare” e “sentire”.)

Quando avevo tredici anni ho letto Il Talismano di Stephen King perché l’idea di un ragazzo che si sposta fra due mondi e che per amico ha un lupo mannaro mi attirava tantissimo.
Morale della favola: per anni (più di quelli che sono disposta ad ammettere) ho scritto nella Smemoranda il giorno del compleanno del protagonista, per ricordarmi la ricorrenza e fargli mentalmente gli auguri.
(Non giudicate. Avevo tredici anni…)

Però, sebbene non abbia più tenuto a mente i compleanni di persone immaginarie (il Natale non conta), la sensazione di essere legata ai personaggi dei libri non è mai passata.

La curiosità di sapere cosa facciano oltre le pagine della storia, e come se la passino, non è mai svanita.

Diciamoci la verità: il bello della lettura è anche questo.

È successo anche ultimamente, che ho quasi quarant’anni – quaranta?! Eh, quaranta – e non posso proprio più dire di essere una ragazzina…

E sono più che convinta che sia successo una marea di volte anche a voi. Non di avere quarant’anni, ma di voler sapere cosa sia successo ai personaggi DOPO che l’ultima pagina è stata chiusa su un percorso.
Di accorgersi che il bisogno di “averne ancora” fosse rimasto.
Per questo ci siamo rifugiati in altri libri, magari dello stesso autore: per tornare di nuovo lì. Fra quelle pagine. A farci permeare da nuove emozioni, ma nelle stesse atmosfere. Nello stesso modo. Perché non è stato sufficiente a colmare quello di cui avevamo bisogno.

Se penso a Harry Potter, posso dire con assoluta certezza che è stata una delle saghe più soddisfacenti che abbia letto.
Chiusa l’ultima pagina ho tirato un sospiro di sollievo e ho detto: «Aaah, ora sì che sto bene.»

Però l’idea che lui sia cresciuto, che stia camminando nel suo mondo, che abbia a che fare con le sue faccende a mia insaputa, ha comunque un certo fascino. E giustifica la MAREA di fanfiction che girano sul Wizarding World.

Faccio un esempio meno mainstream.

Ultimamente ho letto diversi libri di Dannika Dark.
Sono Urban Fantasy e, sì, hanno i manzi addominalati in copertina, ma mi sono stati consigliati da un’amica entusiasta, che elogiava la dinamicità della narrazione.
(Mi piace sempre ficcare il naso dove qualcuno elogia la scrittura di certi autori, così posso capire su quali leve hanno puntato per “colpire”. E soprattutto se è vero che scrivano bene.)
Lei è brava per un sacco di motivi. Anche se non è priva di difetti. Ma di sicuro è un’autrice che non passa inosservata.
In più, quei libri sono solamente in lingua originale (tranne una serie, tradotta anche in francese), e non mi dispiaceva far fare un po’ di stretching al mio inglese.

Bene.
Quando mi sono bevuta i cinque volumi della serie Mageri, ho fatto davvero fatica a lasciare andare i personaggi, e quel mondo.
Così ne ho letta un’altra, di sette libri, più due stand alone, e alcune novelle. Giusto per non farsi mancare niente.
Il suo WORLDBUILDING regge e voglio capire fin dove vuole e può spingersi.
Comunque, non divaghiamo.
Quando ho scoperto che c’era un crossover di personaggi appartenenti alla serie precedente ho avuto un moto di soddisfazione indescrivibile.

Magari i “nuovi” personaggi non sapevano niente di chi erano e cosa rappresentavano quelli “vecchi”, ma io sì.

La mia IRONIA DRAMMATICA mi metteva in anticipazione rispetto alle informazioni che avevano i personaggi, e quindi innescava tutta una serie di ulteriori reazioni emotive; amplificate nei confronti delle loro vicende e amplificate anche rispetto ai lettori che non avevano letto l’altra serie.
E, in più, mi dava un’ulteriore scorcio sulle vite dei personaggi “vecchi”, con uno slittamento in avanti di alcuni anni e vissuti da una prospettiva diversa.

Un appagamento colmante. Un senso di legame e appartenenza che va oltre la fruizione della singola storia in sé.

Non voglio dilungarmi con altri esempi. Sono sicura che ognuno di voi abbia uno o più esempi simili, in merito.

Dove voglio andare a parare?
Be’, è molto semplice.

Com’è possibile questo legame?

Su cosa si “poggia”?
Come si costruisce?

Da autori, queste sono domande importanti. E possono fare la differenza fra una lettura che ci lascia indifferenti e una che ci si ficca nel petto.

Questo tipo di legame passa per diversi fattori che si intrecciano e si combinano insieme.
Dando per scontata la “buona scrittura”, che deve essere proprio il requisito MINIMO, il resto più o meno si trova abbarbicato a questi due fattori:

  •  il lettore si sente legato alla storia quando ha una parte “fattiva” nella sua fruizione;
  •  il lettore deve riempire gli spazi vuoti che l’autore lascia appositamente per lui.

«Quali spazi vuoti?»
Ci arriviamo dopo.

IL LETTORE NON DEVE SUBIRE LA STORIA.

«Che vuol dire nello specifico?»
Be’, ne abbiamo già parlato altre volte, ma ripetita iuvant.

Il cervello del lettore deve essere stimolato in TUTTI i modi possibili: se la pagina diventa tridimensionale – acquisisce una profondità, ed è capace di immergere il lettore dentro alle vicende narrate con una scrittura che racconta PER immagini e percezioni – ecco, lì si verifica il primo vero punto di contatto significativo.
(Ve lo ricordate? Ne avevamo parlato anche QUI.)

Per un autore, è il modo migliore per palesare che tiene in considerazione il fruitore della sua storia.
Per spalancargli la porta di un mondo e dalla soglia richiamarlo con l’indice e lo sguardino alla Patrick Swayze in Dirty Dancing, sussurrandogli: «Pss! Seguimi… Vieni qui dentro con me.»
E poi lasciarcelo dentro per più tempo possibile, senza intromettersi.

Questo fa maturare nel fruitore un senso di appartenenza; mette in moto il suo cervello e lo fa sentire “utile” nel processo di lettura. Tutto quello che il cervello ricostruisce, emozioni comprese, legano indissolubilmente il fruitore alla storia che sta fruendo.

«Perché?»

Eh, qui arriviamo al secondo punto.

UN GIOCO DI PIENI E VUOTI.

C’è una domanda che si fanno spesso gli autori quando sono alle prese con la stesura di una storia.
Quanto è giusto “dare” a un lettore?

Quante informazioni?
Quante suggestioni?
Quanti dialoghi?
Quanto… tutto?

Gli basterà?
Sarà troppo?
Sarà efficace nel farlo emozionare?

Sarebbe bello affermare che esiste una formula precisa per dosare tutti questi elementi, ma la verità è che non c’è. Perché ogni storia è diversa e va gestita a sé.
Quello che però possiamo tenere in considerazione è che l’EQUILIBRIO è uno degli ingredienti di successo di una storia.

Però, un tipo di equilibrio più complesso.
Che lavora su più fronti, con un baricentro che ne gestisca più di uno.

Una storia non sta in equilibrio perfetto se mettiamo a livello ciò che abbiamo fatto di SBAGLIATO e ciò che abbiamo fatto di GIUSTO.

Le due cose non si compensano e, a pensarci bene, non è nemmeno corretto. Sarebbe come negare alle cose buone di avere il giusto risalto perché gli stiamo affibbiando la zavorra di quelle negative.
Le cose buone di una storia devono essere fatte di elio e volare nella ionosfera, non levitare a cinque centimetri da terra.
Quindi, no.
Questo tipo di compensazione ci restituisce un equilibrio, ma di sicuro non è quello che auspichiamo.

Però.
Se spostiamo la bilancia da un’altra parte, una cosa che è vera è che quello che viene OMESSO è importante tanto quello che viene MESSO dentro a una storia.
Perché va fatto con cognizione di causa.

Un buon autore non riempie “tutti” gli spazi, ma solo quelli necessari.

Per capire cosa intendo bisogna scomodare Ernest Hemingway e Vilfredo Pareto.

Hemingway lo chiamiamo in causa per il suo PRINCIPIO DELL’ICEBERG, che in scrittura è piuttosto conosciuto.
In poche parole, sosteneva che la narrazione fosse come un iceberg: solo una piccola percentuale della sua massa sta sopra il pelo dell’acqua ed è visibile. Perché tutto il resto – la quantità davvero imponente che gli dà struttura – sta sotto e rimane sommersa.

Perché è un principio famoso?
Perché, per lui, se un autore conosce veramente bene quello di cui sta scrivendo, non è necessario che tutta la mole di ciò che l’autore conosce sulla storia ci finisca poi dentro. Basteranno degli indizi concreti, significativi, ben piazzati, ben gestiti, per mettere in moto nel lettore i giusti ingranaggi. (Ne avevamo anche parlato QUI, riguardo alla strategia del DIMOSTRARE.)

Perché il lettore saprà decodificare ciò che non è stato direttamente espresso, se sarà adeguatamente guidato da quello che si è scelto di rivelare.

Qual è il lato oscuro di questo principio?

L’INFODUMP.

Se l’autore non è capace di scegliere con cura cosa inserire nella storia, tenderà a inserire TUTTO. E questo gli costerà caro.
Gli costerà soprattutto l’interesse del lettore e il suo rispetto, perché lo renderà SUCCUBE della storia.

Il PRINCIPIO DI PARETO dice approssimativamente che circa il 20% delle cause provoca l’80% degli effetti.
E questo avvalora ciò che pensava Hemingway.
Del 100% di quello che so, il 20% riesce a creare l’80% dell’effetto che desidero. Così diventa veramente fondamentale capire perfettamente cosa scegliere di rivelare. E come farlo.

Se invertiamo, infatti, avremo usato l’80% poco efficace, per ottenere il 20% del risultato. E questo avviene quando l’autore non conosce in modo approfondito ciò di cui sta trattando. Sarà portato ad assecondare la tendenza che lo spinge a fornire tante informazioni che però non arrivano mai dove dovrebbero e nel modo in cui dovrebbero farlo.
Diventa un bel trappolone. No?

Ok. Facciamo il passo successivo.

Il fatto è che queste percentuali hanno a che fare con la mole di informazioni che l’autore deve incamerare e restituire.
Conosco 100, te ne restituisco il 20% più efficace, perché sarà quello in grado di fare la MAGGIOR PARTE del lavoro necessario.
Ok.

Quindi, l’autore non va a riempire tutti gli spazi vuoti, ma ne riempie solo una parte.
Perché?

Perché il resto ha bisogno di reperirlo il lettore dentro di sé.

Una delle parti più significative del processo di lettura è la sua natura “telepatica”. L’autore, scrivendo, manda un messaggio direttamente alla mente del lettore che, leggendo, lo ricostruisce.

Rispetto ad altri mezzi di comunicazione lavora da interno verso interno, che poi si può sviluppare (eventualmente) verso l’esterno, fiorendo dalla testa del fruitore.
Il messaggio inviato deve essere sufficientemente chiaro da essere compreso, ma deve lasciare spazio al lettore di fare “la sua parte”, per non sentire di subirlo. (Diciamo che deve essere chiaro al 70% per lasciare il 30% del restante lavoro al lettore.)

Il lettore ha la necessità di attingere alla sua biblioteca mentale di emozioni, esperienze e percezioni per collocare dei tasselli specifici e personali utili al processo di decodificazione e ricostruzione negli spazi vuoti lasciati per lui.

Ecco che, in quegli spazi, il lettore trova sé stesso in ogni libro. Riesce a trovare lo spazio per pensare e rimuginare a qualcosa che lo riguarda. Che lo rappresenti, oppure no.
Capace di farlo ragionare sulle implicazioni che le scelte dei personaggi significhino anche per lui come essere umano.

La narrativa serve anche a questo. Soprattutto a questo.
A creare un ponte fra il mondo delle idee e quello delle esperienze.
A creare un pretesto per incarnare altre vite, e trarne degli strumenti “umani” utili per vivere quella che ci è stata data nella realtà.

«Ma perché dici che la narrazione è seduzione?»

Perché il bravo narratore non vi ha mai molestati.

Vi ha stuzzicati.
Vi ha sussurrato all’orecchio.
Vi ha mostrato un trucco di prestigio, una parola alla volta, e vi ha indotti a seguirlo nel mondo in cui lui cammina.
Vi ha spogliati dei vostri scudi e vi ha resi recettivi.
Vi ha fatto provare esperienze che non avevate sperimentato, e ve le ha fatte percepire tutte sulla pelle, vi ha condotto fino al culmine di ciò che potevate sentire e poi ha rilasciato quella tensione, lasciandovi appagati e soddisfatti.
Col fiatone. Pronti per dirgli: “Ancora…”

Raccontami ancora questa storia.
Raccontami ancora qualcos’altro di questa storia.
Raccontami un’altra storia.

Vi ha sedotti come un “tenero amante” (Ciao, Marco Ferradini…) e fuori dal letto il mondo non vi concede nessuna pietà.
Così sentite la necessità di ficcare il naso dentro un’altra storia. Pronti a spogliarvi di nuovo per lui.

Chuck Palahniuk parla di STABILIRE UN’AUTORITÀ AUTORIALE.
Non c’è da temere: non ha a che vedere col “comandare” il lettore. Ma col farsi credere.

Se il lettore percepisce che può fidarsi dell’autore perché non lo sta gabbando, lo seguirà ovunque. Purché non venga mai violato questo patto di fiducia con lui.

Un po’ come Aladdin che porge la mano a Jasmine sul tappeto volante e le chiede di sedersi al suo fianco…

Ma non esiste un solo modo di sedurre. Ovviamente.
Secondo Chuck Palahniuk esistono due modi di portare il lettore dove vuoi: uno è attraverso il CUORE, l’altro è attraverso la TESTA.

Stabilire l’autorità autoriale attraverso il CUORE, significa mostrare al lettore una parte vulnerabile, con cui lui possa creare un ponte emotivo immediato.
Conquistarsi la sua fiducia facendogli capire che in ballo c’è l’onestà e la franchezza, anche se questo può significare mostrarsi vulnerabili, deboli, “fallaci”.

“Ti credo perché ti stai aprendo davvero a me.”

Stabilirla attraverso la TESTA significa mostrare al lettore che si è competenti rispetto agli argomenti che si stanno trattando.
Ha molto valore in quelle storie per cui ci si muove in un ambiente altamente specifico.
Siamo nello spazio, nella CIA, in tribunale o in una corsia d’ospedale, per esempio.

“Ti credo perché non ti stai improvvisando, ma perché SAI di cosa stai parlando.”

Secondo me, c’è anche un altro fattore con il quale si può sedurre il lettore e stabilire la propria autorità autoriale ed è: la PANCIA.

Alcuni lettori ti crederanno a pelle. Di botto. Perché li avrai sedotti in modo totalmente spontaneo e inaspettato.

“Ti credo perché mi piaci. Anche se mi rendo conto che potresti essere totalmente sbagliato per me.”

Tutti noi abbiamo un guilty pleasure.
Quel libro che leggiamo anche se sappiamo che è una cialtronata.
Quel film o quella serie TV che fruiamo anche se sappiamo che sono totalmente assurdi.
È inutile che fate finta che non sia così… vi vedo che ridacchiate sotto ai baffi.

Insomma, Douglas Adams, ci ha scritto la Guida Galattica per gli autostoppisti seducendoci di PANCIA. (Una pancia estremamente brillante, ma sempre di pancia si parla.)

Questa, fra le tre, è ovviamente la seduzione più pericolosa, perché devi essere ancora più attento a non esagerare TROPPO e perderti il lettore per strada. Ma la risposta lo sappiamo tutti che è sempre 42 a tutto, quindi…

Comunque.

Qualcuno dirà che in realtà ci vuole un po’ tutto di tutte e tre le tipologie di “seduzione” per stabilire un’autorità autoriale soddisfacente. Ed è vero.

Perché nessuno è mai solamente una versione sola di questi tre aspetti, ma una miscelazione in quantità variabili, che creano equilibri che “tendono” in modo più accentuato verso una delle tre punte.

Questo è legato alla psicologia e alla natura umana. Ed è un aspetto che non ha a che vedere solo con il NARRATORE, ma anche con il LETTORE e i PERSONAGGI. Ah, sì, e anche con Sigmund Freud.

Ma di questo, e di Freud, parliamo meglio un’altra volta.

Per adesso ha senso fermarsi a pensare al fatto che il lettore deve avere il suo spazio per mettere qualcosa di sé nella storia che sta fruendo. E che quella storia deve essergli raccontata in modo che senta l’esigenza di volerne ancora.

Ma soprattutto che ognuno di noi dovrebbe capire quale sia il modo in cui è capace di sedurre il proprio lettore.
Perché l’obiettivo non è dargli una botta e via. Ma farlo innamorare davvero.

Perché la narrazione è seduzione, ma poi deve diventare amore per essere memorabile.

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