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ARCO DI TRASFORMAZIONE,  CONFLITTO,  DALLA COFFA CON FURORE,  EMPATIA,  IMPARIAMO INSIEME,  NON-RECENSIONI

LA RICETTA DEL CONFLITTO DI NONNA SALICE: LE INCRESPATURE

NON-RECENSIONE DI “TREDICI” (1° stagione)

Che cos’è la fragilità? E quanto vale ognuno di noi all’interno della vita degli altri?

Storie come quella di “Tredici”, come “Sliding Doors” o “Il Seggio Vacante”, ci mettono di fronte a comprendere quanto valga la presenza di ogni singolo individuo – e cosa cambi all’interno di un ambiente relazionale complesso – se questa persona viene a mancare.
Quali sono gli equilibri che si spostano?
Quali sono le reazioni che si innescano?
Come ci influenziamo a vicenda nel quotidiano?
E come riusciamo a sopravvivere a ciò che ci ferisce?

Credo che per affrontare argomenti così toccanti e complessi ci sia bisogno di semplificare. Non per sminuire, ma per ridimensionare in un ambiente che possa darci la possibilità di guardare dall’esterno verso l’interno.

Per questo, mi è venuta in mente lei. L’unica e la sola: Nonna Salice.

Andiamo a vedere cosa c’è nello stagno, ché sta quasi per piovere.

Partiamo da qui: Nonna Salice ci insegna che, anche se sei un albero, niente ti fermerà dallo scudisciare sulle chiappe la gente con i tuoi rami come se fossi un militare zuzzurellone, ma soprattutto che il conflitto deve essere generato da qualcosa o qualcuno.

Quando la prima goccia di pioggia cade, l’acqua immobile dello stagno si increspa in cerchi concentrici sempre più grandi. A una spanna di distanza, la seconda goccia precipita e fa altrettanto, anche la terza, e poi la quarta, la quinta e via dicendo. Ogni increspatura incrocia e sbatte contro le altre, muta forma e direzione così tante volte, che alla fine non ricorda più da dove sia partita e chi sia davvero.
Questo genere di CONFLITTO si chiama: CONFLITTO DI RELAZIONE. È uno dei tre tipi di conflitto che servono alle storie per potersi sviluppare. Rende tridimensionale e credibile una storia, perché è il modo in cui il difetto principale del personaggio, e le sue azioni, si ripercuotono su coloro che ha intorno.

Se l’acqua dello stagno è il nostro protagonista, deve arrivare un bel sasso a sconvolgere la calma dello specchio d’acqua: perché senza conflitto non esiste la storia.

Ve lo ricordate, vero? (Ne avevamo parlato qui.)

Il CONFLITTO ESTERNO è il tipo di conflitto che rappresenta lo svilupparsi delle vicende della storia. L’opposizione che ostacola il protagonista si frappone tra lui e ciò che vorrebbe (e per cui combatte), con increspature sempre più grandi, in un’escalation che ci conduce incuriositi a sbattere contro il margine del laghetto per sapere se riuscirà a contenere l’onda oppure no.

La morte di qualcuno è senz’altro un sasso bello grosso da lanciare dentro uno stagno (per vedere di nascosto l’effetto che fa…).

Un po’ perché è qualcosa che non ha soluzione, e quindi l’unica cosa che si può fare è convivere con ciò che comporta, e un po’ perché un suicidio ha una valenza diversa rispetto a una morte accidentale imprevedibile (come nel caso de “Il seggio vacante”, per esempio): in quel caso, coloro che si trovano a subire la mancanza sono vittime a loro volta, intente a maneggiare le nuove dinamiche di sopravvivenza quotidiana e a reagire nel modo più efficace possibile per sopperire al vuoto lasciato. Lo smarrimento avrà il sapore di un «e adesso che faccio?».
Il suicidio, invece, porta in sé la colpa dell’induzione al compimento. La storia orbiterà sia intorno allo smarrimento di coloro che restano e agli effetti collaterali, ma con l’aggiunta della ricerca del colpevole.

«Chi lo ha causato? Chi mi ha portato via la persona che amavo? Potevo evitarlo?»

Entrambi i casi sono un ottimo pretesto per fare un lavoro di cesello su noi stessi e capire che ruolo giochiamo all’interno della vita di chi ci circonda. Personalmente, concepisco il dolore emotivo come una frequenza che fa vibrare le persone tutte allo stesso modo. Dolore riconosce dolore. Se l’hai provato, le tue antenne sono sintonizzate a captare le vibrazioni degli altri e a riconoscerle.
Per questo, coloro che hanno sofferto riescono maggiormente a provare empatia per quelli a cui è toccata una sorte simile.

Ma è sufficiente essere recettivi?

A volte no, perché spesso non sappiamo come sia possibile intervenire per deviare il corso del dolore e tramutarlo in un’arma da rivolgere verso ciò che ci ferisce invece che verso noi stessi.

La serie “Tredici” parla di bullismo e di violenza sessuale: di una ragazza (Hannah Baker) che si suicida e lascia delle audiocassette a quelli che ritiene responsabili della sua decisione.
Lo fa per indurli a capire le motivazioni che l’hanno spinta, in modo che ognuno di loro sappia degli altri e faccia i conti con le proprie scelte e le proprie azioni.
È una serie che non fa sconti, mostra le scene delle violenze e del suicidio stesso, per lasciare un segno e aprire al dibattito d’argomento.
Devono fare male a chi guarda, perché è l’unico modo per entrare realmente in EMPATIA con i personaggi, per sentire sulla propria pelle il loro disagio, la loro vergogna, il loro tarlo che li scava da dentro e che li svuota un grammo alla volta. L’intento non è quello di essere gratuiti o crudeli, ma di evidenziare che ci sono conseguenze pesanti che si incuneano in coloro che “sopravvivono”. E che spesso, scegliere di tacere porta effetti ben peggiori di quelli che si volevano evitare.
Ci dà la possibilità di interrogarci su chi in realtà siamo, dove siamo manchevoli con coloro che amiamo, e se siamo in grado e ancora in tempo per poter porre rimedio a ciò che abbiamo contribuito a creare.

Nessuno di noi è fondamentalmente cattivo, ma le nostre azioni hanno SEMPRE conseguenze, e dobbiamo prenderne atto. Solo così potremmo capire che tipo di persona vogliamo essere, con tutte le nostre imperfezioni.

Essere perfetti non è una prerogativa; nessuno lo è.

Ognuno di noi è come è; sarebbe giusto tendere sempre verso un’evoluzione personale perché la vita è tutto un percorso in salita. Lo è il provare a essere migliori, lo è il cercare di guarire da qualcosa che ci ha fatto del male, lo è ammettere i propri sbagli, lo è fare i conti con ciò che abbiamo combinato.
Azioni innocue per qualcuno possono essere devastanti per altri, e questo perché non esiste un metro, o una livella, che sia universale per tutti.
Ognuna delle facce che guardiamo ogni giorno non è altro che una maschera.
Uno scudo brandito al semplice scopo di proteggersi.
Bisognerebbe imparare a guardare oltre, a non prendere a pugni i muri che hanno eretto gli altri, ma essere veramente disposti ad accarezzarli quei muri. Far loro presente che non solo tengono fuori i problemi (e coloro che li amano), ma tengono chiusi loro dentro.
E, per quanto si possa sentirsi al sicuro, è solamente un’altra prigione.

I piccoli atteggiamenti di empatia possono inibire gli effetti collaterali di eventi terribili, e più sono e più possono diluirli. Perché tutte le increspature si scontrano e creano nuove direzioni da seguire, spingendo l’energia verso un punto che non era contemplato da nessuna delle parti.

Tutti cercano qualcuno che possa cambiare il mondo, quando invece non si rendono conto che il rimedio per il mondo siamo fondamentalmente noi stessi.

Provare a essere gli individui migliori che possiamo essere per noi e per gli altri non può far altro che innescare una serie infinita di increspature, sempre più potenti, capaci di travolgere il mondo come uno tsunami.
Io magari non ci riesco, ma nel mio piccolo ci provo.

Comunque, tornando alla serie, avevo scritto un post in cui facevo presente che avrei iniziato a guardarla, e provvidenzialmente sono venuti fuori dei commenti che valeva la pena di analizzare.

Si menzionavano gravi incongruenze nella scrittura con personaggi sempre più assurdi con il dipanarsi dello svolgimento, così ho cercato di tenerle a mente, e di impedire alla mia memoria da bradipo morto di dimenticarsene per verificare se fosse vero o no.

«Hannah Baker non ha fatto nemmeno un po’ di autocritica.»

È vero.
Hannah NON POTEVA e NON DOVEVA farne ai FINI della storia.

Se Hannah avesse capito che gran parte di ciò che le capitava era frutto di malintesi, e fosse stata disposta al confronto con gli altri e a chiedere aiuto, la storia non avrebbe avuto motivo di esistere: non ci sarebbero stati i presupposti per svilupparla.
Non riuscire a fare autocritica è parte del suo FATAL FLAW. Il Fatal Flaw è quel difetto insito in un personaggio che lo porta a fallire, volta dopo volta, senza riuscire a ottenere ciò che vorrebbe e ciò che lo farebbe stare meglio. Il Fatal Flaw è ciò che genera il CONFLITTO INTERNO al personaggio, cioè la sua lotta interiore per riuscire a cambiare davvero.
All’interno di un ARCO DI TRASFORMAZIONE EROICO, il personaggio capisce il suo difetto, capisce come combatterlo e trionfa in ciò che sta combattendo.

Se Hannah avesse saputo come fare per gestire ciò che era non si sarebbe uccisa, e la storia non sarebbe esistita.

Il fatto che non abbia mai fatto autocritica o che non abbia trovato la forza di imporre sé stessa e difendersi non è un difetto della storia, non è nemmeno un difetto del personaggio (inteso come errore grossolano), ma è proprio l’assunto da cui parte tutto.
Perché, nonostante si parli di lei, non è lei il protagonista della serie, ma Clay: la storia ruota tutta intorno a lui. A come le cassette influenzino il suo modo di percepire coloro che ha intorno, a come riesca a superare il suo Fatal Flaw (che è quello di non riuscire a comunicare efficacemente ciò che prova), a come riesca a interagire con coloro che sono coinvolti, alle scelte che prende e che si riflettono su di loro, per trovare il proprio modo di venirne fuori e portare la storia a compimento.
In lui coesistono i tre tipi di conflitto, è lui il motore che muove la storia.

«Quale adolescente userebbe delle cassette per registrare?!»

Probabilmente pochissimi.
Ma le cassette sono il mezzo più indicato per il fine che si voleva perseguire nello sviluppo della storia. Sono state scelte appositamente, non a casaccio.
In un ambiente dove la digitalizzazione dei contenuti come fotografie e file audio è facilmente diffusibile come arma di cyberbullismo per ferire e umiliare, trovare un supporto desueto, non facilmente fruibile dalla massa, avrebbe permesso di circoscrivere le informazioni alle poche persone che erano coinvolte e quindi di mantenere il segreto più facilmente. Perché nessuno rivela i propri scheletri nell’armadio a cuor leggero.

Hannah Baker ci avrebbe pensato, proprio perché era stata vittima di quella trappola almeno in due occasioni.

«Ha dedicato una cassetta anche a chi non c’entrava niente, le è stato fatto uno sgarbo, ma perché lei in quel caso se lo meritava.»

Ok, questa è più difficile da discutere, ma nemmeno questo è un errore.
Il personaggio non le aveva fatto espressamente qualcosa, è vero. Ma l’indifferenza e la complicità del silenzio, in alcuni casi, fanno più danni di una posizione netta. La codardia che porta alla mancanza di una presa di posizione può essere dannosa tanto quanto uno sgarbo vero e proprio.

In questo caso, poi, ha un’altra valenza ulteriore, perché coincide con l’ESPERIENZA DI MORTE di Clay.
Tranquilli, non vuol dire esattamente che Clay muoia: è semplicemente un termine che appartiene alle fasi dell’Arco di Trasformazione del personaggio.
È la COSA PEGGIORE che possa capitare al personaggio nel momento in cui ha imparato a capire cosa deve fare per poter contrastare il proprio difetto insito (Fatal Flaw).

Dopo che ha preso coscienza di ciò che è, dopo che ha iniziato a muoversi in maniera giusta e a ottenere risultati sperati, arriva un momento in cui lui si confronta e perde.

È l’ultimo step di consapevolezza ed è la spinta che porta al CLIMAX finale.

In questo caso, la cosa peggiore che potrebbe capitare è che lui smetta di ascoltare le cassette, in modo che la verità non emerga. E l’unico modo che ha per farlo è perdere fiducia in ciò che Hannah gli ha lasciato; non credere ciecamente alla veridicità di ciò che afferma.
Capire che anche lei è fallibile e che ha sbagliato in parte il giudizio su una delle persone presenti fra i “colpevoli”, è debilitante e lo porta a chiedersi che senso abbia proseguire.
Per questo, serve. Per renderlo consapevole che, per quanto Hannah fosse imperfetta, ciò che ha passato deve venire fuori e chi è colpevole deve pagare, anche se questo vuol dire che ci andrà di mezzo in prima persona anche lui.

È senza dubbio una serie che consiglierei.

E, da genitore e individuo, mi obbliga a interrogarmi su cosa stia facendo di me stessa e cosa riesco a passare ai miei figli di quello che sono.
Certamente si nota il lavoro di studio e di consulenza che appoggia la serie televisiva. Le scene sono concepite in modo che si colgano perfettamente le sfumature che derivano dalle increspature, vengono esaltati particolari che servono a passare, di volta in volta: angoscia, solitudine, depressione, emarginazione, senso di colpa, dissociazione, alleanza, tenerezza, incomprensione, ansia, compassione, impotenza, amore.
Tutta quella gamma di emozioni che rendono tridimensionali i personaggi e la storia stessa; che attraverso l’espressione dei tre conflitti ci permettono di esplorare la stratificazione psicologica mostrata e ci permettono di essere emotivamente coinvolti, di provare empatia, e di NON giudicare le SCELTE MORALI dei personaggi in sé, ma di giudicare e criticare gli avvenimenti che non vorremmo si verificassero mai.

Tocca anche un altro tasto narrativo che è importante tanto quanto gli altri.

Tutte le storie non sono per tutti.

Alcune tematiche, soprattutto quando sono così incidenti e dolorose nella psicologia di una persona, possono essere recepite male, per un fattore emotivo individuale.
Questo non significa che siano scritte male necessariamente, perché in questo caso non lo è affatto, ma semplicemente che lo stato emotivo di chi fruisce non può essere allineato a quello della storia, perché sarebbe troppo doloroso affrontare il messaggio che trapela.

Io ve la consiglio, anche e soprattutto perché è un po’ forte.
E soprattutto sarebbe bello comprendere che molte cose si possono risolvere PRIMA che sia troppo tardi, perché quando un sasso va a fondo, magari lo stagno torna come prima, ma il sasso è cambiato per sempre, e non è detto che possa essere ripescato.

Voi l’avete vista?
Avete voglia di parlare delle cose che vi hanno colpiti in bene o in male della serie?
Avete trovato le vostre ragioni per non arrendervi?

Fatemi sapere.

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