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DALLA COFFA CON FURORE,  IMPARIAMO INSIEME,  PUNTEGGIATURA,  UN PROCIONE AL GIORNO

VIRGOLA FRA SOGGETTO E VERBO: SI PUÒ USARE?

Se c’è una cosa che tutti sanno, o che dovrebbero sapere, è che la virgola fra soggetto e verbo è un errore madornale.
Non si fa, non si fa, non si fa; perché è sempre sbagliata.
Giusto?

Sbagliato.

Esistono alcune eccezioni a questo assunto, che non prevedano l’uso “artistico” della punteggiatura concesso solo ai grandi autori della letteratura classica.
Salutiamo tutti Alessandro Manzoni…
«Ciaaaao, Ale.»

Cooomunque. La virgola fra soggetto e verbo può essere lecita in due occasioni:

  • quando siamo davanti a una DISLOCAZIONE DI SOGGETTO;
  • quando siamo davanti a un SOGGETTO ESPANSO, ma a condizione che le virgole siano almeno due.

«Eh, aspetta… ma cos’è una DISLOCAZIONE
Ottima domanda.

Ma andiamo per gradi.

Nella nostra lingua, lo schema classico della costruzione delle frasi segue questa logica: SOGGETTOVERBOOGGETTO (quindi S-V-O).

In QUESTA costruzione, la virgola fra soggetto e verbo è sempre un errore.

Il procione, mangia il gelato.                    NO.

Visto che “procione” è il SOGGETTO, e “mangia” è il suo VERBO, la virgola messa così è sbagliata. Com’è anche sbagliata la virgola fra il VERBO e il COMPLEMENTO che lo segue. E in quel caso è davvero SEMPRE sbagliata. Nessuna eccezione ammessa.

Il procione mangia, il gelato.                    NO. Niet. Manco-per-niente.

Ok?

È chiaro che questo esempio è piuttosto semplice da identificare. S’impara a scuola. (In teoria.)

Un po’ più infida è la situazione in cui non riusciamo a distinguere bene quale sia il SOGGETTO della frase, e non perché sia nascosto, ma proprio perché paradossalmente è molto voluminoso.
Infatti siamo indotti a “sprecare” un sacco d’aria per leggerlo mentalmente, e questo può indurci a credere che ci vada una virgola per “riprendere fiato”.

Lo stomaco irrequieto e vuoto del vecchio procione affamato, reclamava il suo cibo.

NO. Virgola sbagliata.

Il soggetto della frase è: “Lo stomaco irrequieto e vuoto del vecchio procione affamato” e quindi la virgola non ci vuole, perché “reclamava” si riferisce proprio allo stomaco.

Questa evenienza è la più infingarda (e io lo so bene, visto che ogni tanto semino qualche virgola per la strada anch’io e c’ho l’ansia da virgole smarrite), perché spesso siamo portati a credere che la cadenza su cui si appoggiano le pause di respiro nella nostra mente coincida con i segni d’interpunzione che usiamo.

Questo può essere vero in parte, ma non sempre.

La punteggiatura non serve a definire il ritmo di ciò che leggiamo – o meglio, non solo. Non posso dire che le due cose non siano correlate affatto, anzi, ma quello che voglio dire è che la punteggiatura ha cinque funzioni specifiche e che la gestione del ritmo è solo una di quelle.

La punteggiatura ci serve prevalentemente a scrivere in maniera “esatta” ciò che intendiamo – sia nell’accezione di corretta, che in quella di inequivocabile. Per dare il giusto senso alle parole, il giusto tono, per definire le relazioni che intercorrono fra le varie frasi e per disambiguarne il significato di alcune che, con la cadenza corretta di una pausa, cambiano completamente il significato.

«Claudia è arrivata, Marta.»

È completamente diversa da

«Claudia, è arrivata Marta.»

In questo caso, la virgola del VOCATIVO ci fa capire con chi stia davvero interagendo il proprietario della battuta.

«Cos’è il vocativo?»

BONUS GRAMMATICA: Un vocativo è un COMPLEMENTO DI VOCAZIONE. E non vuol dire che sente la chiamata dall’alto dei Cieli, ma che serve a indicare la persona o la cosa che si sta invocando, si sta chiamando, o a cui stiamo rivolgendo l’attenzione. Visto che non dipende da altri elementi della frase, viene separato dalle virgole: prima, dopo, o da entrambe le parti dipende dal punto in cui si trova nella frase.

Ehi, babbeo, mi hai sentito?

VOCATIVO

Amore, un giorno mi spiegherai come hai fatto a fregarmi e a convincermi a sposarti.

VOCATIVO

Aehm… Ma certo che mi ricordo del nostro appuntamento, avvocato…

VOCATIVO

Chi si dimentica la virgola sui VOCATIVI brucerà all’inferno dei congiuntivi storpiati.

Quindi fateci caso.

Ma non voglio divagare troppo, magari ne parliamo specificatamente in un altro momento.

Tornando alle funzioni della punteggiatura, quello che c’importa di sapere è che il ritmo di un testo scritto è ETEROTRAINATO. E questo significa che dipende dal modo in cui l’autore scrive le frasi, ma anche dal modo in cui il lettore le legge. E questo fattore non è da sottovalutare.

Se siamo a un concerto non possiamo chiedere ai musicisti di risuonare quell’assolo che ci siamo persi perché eravamo distratti; a teatro non possiamo chiedere agli attori di ripetere la battuta che non abbiamo sentito bene; persino al cinema dobbiamo aspettare che scatti la fine del primo tempo per poter andare al bagno. Siamo costretti a seguire il passo impostato da altri e a seguirlo con la massima attenzione.
Leggere è diverso. È un po’ come avere il telecomando di Netflix in mano ed essere padroni del divano. Metto in pausa quando voglio, torno indietro a rivedermi un passaggio o un particolare che mi è sfuggito, mando avanti veloce fino alla scena che mi è piaciuta.
La lettura permette di mangiarsi le pagine, scorrendoci gli occhi e la mente sopra, o prendersi tutto il tempo possibile per assaporare le parole.

Quindi, ETEROTRAINATO invece che AUTOTRAINATO. Ok?

Perfetto.

Questo non vuol dire, però, che l’autore non deve tenere conto dell’andamento che il suo scritto sta prendendo. Anzi, deve farci molto caso se non vuole che il lettore si addormenti sopra le sue pagine.
E deve anche impegnarsi a far sì che ciò che sente nella sua mente abbia una trasposizione quanto più similare alla cadenza che vorrebbe restituire alle parole.

Ma questo vuol dire anche che, nell’evenienza in cui le due cose non coincidano, ha la precedenza il modo “corretto” di scrivere invece che il modo “artistico” di recitarle.

Quindi, se pensate che dopo un soggetto lungo una bella pausa ci stia bene, tenetevelo per voi e lasciate che il respiro lo prenda il lettore mentre legge. Ooooppure, fatevi furbi; e scrivete in modo che punteggiatura e respiro vadano di pari passo, esattamente come ve le eravate immaginate nella testa, apportando le modifiche adeguate perché questo avvenga.

Dunque.

Quando il nostro SOGGETTO è ESPANSO abbiamo un modo solo per metterci la virgola, e cioè mettercene almeno due.

Ma questo significa che dobbiamo avere un SOGGETTO ESPANSO che possa contenere una PROPOSIZIONE INCIDENTALE.
Quindi, se la frase ci permette di creare un inciso, separando fra le virgole una parte che risulta “accessoria” rispetto al periodo in cui è inserita, siamo a posto.
Perché avremo sia la pausa anti-asfissia sia una punteggiatura perfetta.

Lo stomaco, irrequieto e vuoto, del vecchio procione affamato reclamava il suo cibo.

BANG!

Problema risolto. Perché ciò che sta nell’inciso è un accessorio al senso principale della nostra frase. In fin dei conti la cosa che c’importa è che lo stomaco reclami il suo cibo. Il senso non è disatteso.
Ma valutate di volta in volta se possiate farlo. E cominciate a fare caso a come, e quando, date la possibilità al lettore di respirare.
Perché, se impostate un passo adeguato da seguire, avrete la vita molto più semplice e lui sarà felice; correrà perfino la maratona per voi. Se lo affaticate subito, lo spomperete dopo cento metri. E addio pantheon per gli scrittori.

Semplice,vero?

Eh, mica così tanto. Perché il soggetto potrebbe non essere così evidente come lo stomaco del mio vecchio procione. E quando si scrive si potrebbe incappare anche in frasi come questa, estratta dal libro Project Digito di Marco Chiaravalle:

Un bambino con gli occhi intorpiditi dal sonno che stringeva tra le braccia un orsetto di peluche, una mattina d’inverno si trascinò fuori dal lettino alla ricerca della sua mamma.

È giusta questa virgola? No.
Però, avete visto come cade nel trappolone del respiro? Cade proprio nel momento in cui si esaurisce tutta l’aria.

Ragioniamoci sopra.
Qual è il soggetto? Qual è il verbo principale? A chi si riferisce nella frase?

Il soggetto è “bambino”. E se ripuliamo da tutte le parti accessorie ci rimane la frase “un bambino si trascinò fuori dal lettino”.

Dunque, come possiamo piazzare le virgole in modo che la frase sia giusta?

Non l’ho scelta a caso, perché possono essere messe in un sacco di modi per correggerla. E ognuno di essi definisce qualcosa del timbro dell’autore, perché ci dice quali parti vuole evidenziare e quali lasciar correre. E, di conseguenza, ci dice qualcosa del ritmo che vorrebbe impostare.

In questo caso, possiamo dire che questo specifico autore vuole che il lettore scivoli veloce sul testo. E che la svista della virgola è dovuta proprio a una leggerezza nella correzione di bozze, nel tentativo di permettere al lettore di trovare meno ostacoli possibili sul suo percorso. Visto che la frase è lunga e corposa.

Così, partendo da questa considerazione, possiamo mettere la virgola così:

Un bambino con gli occhi intorpiditi dal sonno che stringeva tra le braccia un orsetto di peluche, una mattina d’inverno, si trascinò fuori dal lettino alla ricerca della sua mamma.

In questo modo, mettiamo l’attenzione sul QUANDO ciò avvenga, perché ha una certa rilevanza; tale da volerlo mettere da parte.

Un bambino con gli occhi intorpiditi dal sonno, che stringeva tra le braccia un orsetto di peluche, una mattina d’inverno si trascinò fuori dal lettino alla ricerca della sua mamma.

Così diamo importanza a ciò che aveva in mano. Magari, nella narrazione, quel particolare ci serve a identificare quello specifico bambino e quindi abbiamo bisogno che spunti bene in vista agli occhi del lettore.

Un bambino, con gli occhi intorpiditi dal sonno, che stringeva tra le braccia un orsetto di peluche, una mattina d’inverno si trascinò fuori dal lettino alla ricerca della sua mamma.

Come sopra, i due incisi mettono in evidenza dei particolari sui quali l’autore ha piacere che il lettore si soffermi. Tiene di più alla prima parte della frase, piuttosto che alla seconda. Ci sta dicendo: guarda bene la condizione del bambino che si sta accingendo a compiere quell’azione.
Viceversa se mettiamo le virgole così:

Un bambino con gli occhi intorpiditi dal sonno che stringeva tra le braccia un orsetto di peluche, una mattina d’inverno, si trascinò fuori dal lettino, alla ricerca della sua mamma.

Quello che è davvero importante sono il momento e il proposito per cui si trascina fuori dal letto.
Se proprio volessi esagerare, posso mettere le virgole addirittura così:

Un bambino, con gli occhi intorpiditi dal sonno, che stringeva tra le braccia un orsetto di peluche, una mattina d’inverno, si trascinò fuori dal lettino, alla ricerca della sua mamma.

Corretto? Sì. Ritmo e respiro sincronizzati? Sì.

Funzionale alla narrazione?

Non tanto.

Adesso gli incisi sono veramente tanti. Ci sono tantissime frasi subordinate a quella principale, e le virgole, invece di essere un sollievo, sono quasi un ostacolo che rende sincopata e ostica la lettura. Facciamo fatica a concentrarci.
Si perde completamente l’intento di scorrevolezza che voleva l’autore, perché ogni virgola è una pausa: un cartello di stop che blocca per un attimo il nostro percorso, e che ci costringe a impiegare energie per capire quale sia l’ordine d’importanza delle informazioni da seguire, e dove si nascondano il soggetto e il verbo che reggono la frase.

Per evitare questo inciampo continuo che prosciuga le energie del lettore, bisogna tenere conto del fatto che IPOTASSI e PARATASSI vanno dosate, perché possono essere vostre alleate, ma anche vostre nemiche.

Perché in una scrittura ipotattica, con moltissime subordinate e frasi chilometriche, si tira il freno a mano. Tutto rallenta. E chiediamo molta più attenzione al lettore. Attenzione che potrebbe impiegare nel seguire le vicende che stiamo narrando invece che nel capire il senso di ciò che abbiamo scritto. Mentre, in una scrittura paratattica, in cui le frasi sono tutte sullo stesso livello e magari più brevi, la mente e il respiro del lettore scorrono più agilmente. Le energie impiegate per capire il senso delle frasi sono minori, e ne rimangono di più per godersi la storia. Ma rischia di farci perdere l’occhio su particolari significativi che ci servivano, e di lasciarci in affanno per la troppa velocità.

L’ideale sarebbe estrapolare il meglio da ognuna delle due forme.

Capire quando indugiare e quando lasciar fluire, e dare un timbro univoco al vostro modo di scrivere. Che diventi riconoscibile. E che assomigli a musica, adeguata a ogni scena che stiamo evocando.

Ma magari, una volta, facciamo proprio un articolo dedicato alla punteggiatura; così vi sparate nelle ginocchia a dovere. E a profusione.

Dunque, dicevamo. Respiro, ipotassi, incisi… ah sì.

Via libera alla virgola quando abbiamo un SOGGETTO ESPANSO a condizione di metterne almeno due.

Ora rimangono da affrontare le dislocazioni.

Quindi. Che cosa sono?

La dislocazione è lo spostamento dell’oggetto – o del complemento – in una posizione non canonica rispetto alla formula S-V-O. È un tipo di costruzione della frase tipica del parlato, ma che si trova anche nella prosa scritta.

Si parla di DISLOCAZIONE A SINISTRA quando si ha all’inizio della frase. E DISLOCAZIONE A DESTRA, quando invece sta in fondo.
Eh, per forza…

«Ma che me ne faccio di spostare l’oggetto a destra e manca?»

Anche questa è una bella domanda.
Lo si fa per FOCALIZZARE l’attenzione su quella specifica parte, perché abbiamo bisogno che ne emergano i significati sommersi che ci sono stratificati dentro. Un po’ come la faccenda di evidenziare gli incisi di prima.

E, per complicare ancora di più le cose, le due DISLOCAZIONI non sono esattamente simmetriche, perché hanno valenze leggermente diverse.

Ciò che è valido sempre è che, in presenza di una dislocazione, abbiamo bisogno di una pausa che ponga l’accento su ciò che vogliamo evidenziare e quindi la virgola ci vuole.
Un piccolo esempio per farvi capire:

Il procione mangia il gelato.

Il gelato, lo mangia il procione.

Lo mangia il procione, il gelato.

«Quali sono le differenze fra i due tipi di dislocazione?»

La DISLOCAZIONE A SINISTRA stabilisce e mette in evidenza il tema – anche se è sospeso – dandoci l’impressione che sia qualcosa di già noto.

Il gelato, lo mangia il procione.

«A Marco, ho già fatto una ramanzina stamattina; è incorreggibile.»
«Marco, gli ho già fatto una ramanzina stamattina; è incorreggibile.»

Qui si sottintende che l’interlocutore a cui è rivolta la frase sappia perfettamente il motivo per cui Marco si meritasse quella ramanzina.

Nel secondo esempio, volendo, sarebbe funzionale anche usare i due punti, visto che si sta spiegando una parte della nostra insinuazione.

«Marco: gli ho già fatto una ramanzina stamattina; è incorreggibile.»

La DISLOCAZIONE A SINISTRA può essere usata anche per rendere dinamico uno scambio di battute, impostando l’intenzione di portare (o riportare) all’attenzione un tema già trattato in precedenza, quando la conversazione sta deviando altrove.

Betty ci presenta la confezione come se fosse un trofeo. «L’ho preso in quella gelateria all’angolo. Fanno il gelato più buono di tutta la città; credo che abbiano vinto anche dei premi…»
«Io vorr—»
Ciccio mi spintona con la spalla. «Ma sono quelli che hanno anche la gelateria in centro?»
Betty alza gli occhi dalla carta lucida. «Dici quella sotto ai portici? Secondo me, no…»
«Eppure mi sembrava che fossero loro, com’è che si chiamano?» Si gratta il mento. «Manfroni, Manzoni… Malloni… non mi ricordo.»
Betty applaude entusiasta. «Magnoloni! No, non son—»
«Ehi, pettegoli? Il gelato, lo vorrei anche io… magari prima che si sciolga. Grazie.»

È ovvio che l’esempio è molto schematizzato, ma è per far capire.

In più, si apre un mondo se ci soffermiamo a pensare alle sfumature che comporta questo tipo di costruzione della frase: uso di pronomi per riprendere i soggetti, eccezioni plausibili o meno e via dicendo. Magari vi metto il link in cui ne parla la Treccani, se avete voglia di approfondire.

La DISLOCAZIONE A DESTRA, invece, si ha quando l’oggetto o il complemento viene “isolato” in fondo alla frase.

Lo mangia il procione, il gelato.

Questo tipo di dislocazione è un po’ bastarda perché si può presentare anche con la formula S-V-O, e quindi verrebbe da chiedersi cosa si sia dislocato davvero…

«Dove l’hai nascosto, il procione?»

In questo esempio, infatti, “il procione” è stato rafforzato dal pronome “lo”; ma questo non ha scombinato la sequenza della costruzione che rimane invariata: «Dove (tu) lo “hai nascosto”, “il procione”?»

Se ci fate caso, questa frase segue perfettamente la costruzione S-V-O.

Diciamo che la DISLOCAZIONE A DESTRA è usata soprattutto per ammiccare a temi sottintesi e costruire il mantenimento di una certa connessione fra le parti, che poi prevedano anche un certo tipo di confidenza fra i parlanti.

Per andare ancora oltre, esiste persino la possibilità di avere frasi complesse in cui siano presenti entrambe le dislocazioni.

Ai procioni, darei da mangiare, ma non saprei davvero come affrontarla, quella spesa.

«Eh, aspetta… ma tu mi vuoi fregare. Tu stai spostando l’oggetto, non il soggetto.»

Beh, è vero. Introdurre gli esempi mi serviva per spiegare la meccanica della dislocazione.
Però il concetto è lo stesso: nella costruzione delle frasi in cui invertiamo il VERBO e il SOGGETTO, e quindi dislochiamo il SOGGETTO, la virgola ci serve per il medesimo meccanismo che abbiamo appena visto.

Voleva dormire, il procione.

Qui la struttura è V-S.

Era stato abbandonato da tutti, il procione.

Qui invece è V-O-S.

Davanti alla TV vorrei riposarmi, io.

Qui è O-V-S.

In ognuno di questi casi la virgola ci serve come pausa, ed è lecita in virtù della FOCALIZZAZIONE che vogliamo ottenere. Perché mette l’accento sul soggetto, isolandolo.
Soprattutto nell’ultimo caso, si evidenzia nettamente come rimarcare il soggetto presupponga una contrapposizione, rispetto a tutto ciò che vorrebbe remare contro alla possibilità di riposarsi.

Ora che abbiamo sviscerato l’argomento vi lascio il link della Treccani (qui), come promesso. Così, se siete curiosi, potete approfondire ancora un po’.

E mi auspico che, quando qualcuno porrà la domanda “la virgola fra soggetto e verbo si può mettere?”, voi risponderete: «Dipende, mio giovane procione.»

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