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QUESTIONE DI PUNTI DI VISTA

“Questione di punti di vista”.

Si dice così, no?

Se cambi il tuo punto di vista, percepisci cose che altrimenti non potresti provare.

E questo sta alla base di ogni buona comunicazione, perché non c’è reciprocità se non si è in grado di comprendere ciò che viene da altrove.
Imparare a mettersi nei panni degli altri è uno degli esercizi che un autore deve fare più spesso. Non importa che si tratti di parole o di immagini. Se impari a cambiare pelle e a capire cosa provano gli altri, il passo successivo è mettere in scena ciò pensi che provino, perché anche gli altri possano provarlo a loro volta.
Diventi il mezzo che veicola le emozioni.
Quali e quante dipenderà dalla tua capacità ed efficacia nel farlo.

Anche in una narrazione è importante. Non posso dire che sia importante come essere un procione, ma ci si avvicina parecchio.
Però, questo è anche abbastanza scontato. Soprattutto negli ultimi tempi.

Infatti le storie pullulano di personaggi che ci raccontano gli eventi dal loro PUNTO DI VISTA. Se vogliamo, possiamo pensare all’ultimo film del Joker, per dire, o a Le cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin. O anche a una serie TV come Tredici, per esempio: in cui il nostro protagonista si fa un’idea degli avvenimenti in relazione al rapporto che aveva con la vittima. Lì, specialmente, c’è uno slittamento continuo fra ATTENDIBILITÀ e INAFFIDABILITÀ del narratore, in base al grado di coinvolgimento che prova di volta in volta, o in base all’accesso alle informazioni che ha…

Ma cosa comporti in termini di ATTENDIBILITÀ o INAFFIDABILITÀ è un altro paio di maniche ed è meglio non divagare. Però, ne abbiamo parlato altrove, se volete spulciare.

Cooooomunque, in soldoni: se faccio raccontare a Cappuccetto Rosso gli eventi, avrò un certo risultato, se a raccontare è il Lupo, beh, la cosa cambia radicalmente.
E tutto dipende SEMPRE dall’effetto che vogliamo ottenere, dall’obiettivo che ci siamo posti nei confronti della storia.
Cosa vogliamo che emerga?
Come deve emergere?
Qual è il modo migliore perché avvenga?

Sono domande con cui dovrete fare i conti. Fateci l’abitudine.

A quel punto, la scelta del narratore non diventa una scelta stilistica, ma una necessità più profonda, da operare con cognizione di causa. Perché c’è sempre un agguato dietro la porta. Ed è quello di cambiare punto di vista ma senza cambiare la visione delle cose.

Eh?!

Sembra una supercazzola, vero?

Ok, ragioniamo per gradi.

L’AUTORE FISICO si mette al suo bel PC e batte sui tasti. L’autore fisico è a tutti gli effetti una persona, anche se a volte può esserne una di quelle orribili. (Proprio come me…)
Quindi avrà un suo vissuto, una sua storia, un suo particolare punto di vista su ciò che lo circonda; in relazione a ciò che è nel profondo.
La vita la vediamo sempre in soggettiva, senza regista. E buona la prima. Tocca ricordarlo.
Meno male che le storie non sono così…

Ok, il nostro autore fisico è veramente un prode (o uno squilibrato – ma queste sono quisquilie), perché si mette a battere sui tasti perché in testa ha altre vite, altre persone che gli sussurrano all’orecchio la loro storia, e che premono per fargliela mettere su carta.

E, nel momento in cui l’autore si rende conto che ha una responsabilità nei confronti dei personaggi che gli parlano, mette da parte sé stesso, e comincia a parlare per loro.
È così che genera un AUTORE IMPLICITO, ma di questo ne parleremo meglio un’altra volta, perché merita tutto un discorso a parte.
L’autore implicito sceglie tutto: sceglie qual è la storia, come vada raccontata, che grado di distanza deve esserci fra i personaggi, i fatti e i fruitori; sceglie le inquadrature, i particolari da svelare e il momento in cui vada fatto. Sceglie anche come montare la storia. Perché lui sa qual è il modo più adeguato perché tutto emerga in modo efficace. O almeno, dovrebbe saperlo.

Quello che non dobbiamo dimenticarci è che l’autore implicito è pur sempre un’entità sola. Che nasce per mitosi da quella dell’AUTORE FISICO; che ne incarna un certo tipo di voce e che quindi può cadere nel trappolone dell’appiattimento.

E questa cosa emerge soprattutto quando la storia viene raccontata in prima persona.

Perché, se vuoi dare voce a un’altra persona, la TUA voce deve fare un passo indietro. Quasi d’obbligo. (A meno che la persona a cui vuoi dare voce sia tu stesso. Ma per adesso pensiamo ad altro.)

Vi ricordate? Ne avevamo parlato qui.

Perché, pensateci bene. Se io faccio ragionare Cappuccetto Rosso e il Lupo alla stessa maniera, c’è “qualquadra che non cosa”.
Le due percezioni DEVONO essere diverse. Devono esserlo per il modo in cui il loro cervello funziona, e questo deve ripercuotersi su come reagiscono a ciò che percepiscono e, di conseguenza, su come le parole vengono messe su carta in loro vece.

«Questo significa che dovremmo sempre raccontare la storia dal punto di vista di Cappuccetto Rosso perché è più simile al nostro?»

NO. Significa che se vogliamo essere il Lupo, dobbiamo smettere di guardare il mondo con gli occhi da bambina e cominciare a pensare come lui.

Perché due persone che guardano la stessa identica cosa vedono due cose DIVERSE.

È fisiologico, ed è estremamente potente. E capirlo fa parte del procedimento per cambiare pelle.

La scelta del punto di vista dovrebbe tenere conto di questo fattore. E questo significa che un buon autore deve fare i compiti. La scelta del PUNTO DI VISTA deve essere una scelta ottimale, che sia coesa e concorde con le emozioni che dobbiamo suscitare nel fruitore. E, per essere in linea con la “parte” che sta recitando il nostro personaggio, deve essere aderente al suo modo di essere e a ciò che conosce.

Or dunque, bando alle divagazioni teoriche, mi è capitato per le mani un esempio perfetto di cosa significhi avere rispetto per un lettore. E di cosa significhi, per un autore, dimostrare che ci tiene a ciò che scrive.

Per farlo, mi aggancio a un brano di un’altra analisi fatta qualche tempo fa, che parla di Cinquanta sfumature e che trovate per intero qui:

[…] Il terzo motivo è strettamente legato al secondo, ma riguarda una CREDIBILITÀ di comodo: Anastasia, insieme a lui, si trova a vivere esperienze di cui è completamente a digiuno. Se dal punto di vista della scoperta sessuale ci serve a esplorare tutta la serie di sensazioni vissute dalla protagonista (che ci permettono di empatizzare per lei, di metterci nei suoi panni, e interrogarci sul come ci comporteremmo noi al suo posto), da un altro punto di vista ci risparmia un sacco di beghe.
Sale su un elicottero pilotato da Christian, su una barca a vela, su un aliante, su un jet privato, senza che debba saperne niente in particolare.
In più, non abbiamo bisogno di sapere i particolari tecnici del lavoro di Christian, possiamo semplicemente accontentarci di saperlo nel suo ufficio a fare telefonate e a “gestire situazioni”. Non ci serve conoscere come gestisce i suoi soldi, come amministra le guardie del corpo, come collima la sua vita pubblica con quella privata e come si relaziona con le persone di entrambe le “fazioni”.
Ne siamo all’oscuro per la misura in cui la scrittrice vuole renderci partecipi e questo ci va bene, perché non serve all’economia della storia.

Ok, Anastasia Steele sale su un elicottero senza saperne un accidenti di niente. Chiaro come il sole e ci sta benissimo, perché lei è una studentessa e non un pilota di elicotteri.

E quindi, dal suo punto di vista, tutto ciò che vedrà e proverà è filtrato dalla sua specifica condizione. Alla sua emozione di non aver mai fatto quell’esperienza.

Vediamo come l’ha resa E.L. James:

«Andiamo» dice Christian, e ci dirigiamo verso l’elicottero. Da vicino, è molto più grande di quanto pensassi. Mi aspettavo che fosse un biposto, invece ne ha almeno sette. Christian apre la portiera e mi indica uno dei sedili davanti.
«Accomodati, e non toccare niente» mi ordina, mentre sale dietro di me.
Chiude la porta con un tonfo. Per fortuna, l’area è illuminata a giorno, altrimenti troverei difficile sedermi nella piccola carlinga. Mi accomodo nel posto assegnatomi, e lui si accovaccia vicino a me per infilarmi la cintura di sicurezza. È una specie di imbracatura con quattro cinghie che si collegano a una fibbia centrale. Stringe le cinghie superiori, tanto che riesco appena a muovermi. È così vicino, e impegnato in quello che sta facendo. Se potessi chinarmi in avanti, gli affonderei il naso tra i capelli. Ha un profumo divino, ma io sono così compressa dalla cintura di sicurezza da essere praticamente immobile.
Mi guarda sorridendo, come divertito dal suo solito scherzo privato, gli occhi accesi. È così
provocantemente vicino… Trattengo il respiro, mentre lui regola una delle cinghie superiori.
«Sei al sicuro, non c’è modo di scappare» sussurra. «Respira, Anastasia» aggiunge piano. Mi accarezza la guancia, sfiorandomi con le dita fino al mento, che prende tra pollice e indice. Si china in avanti e mi deposita un rapido, casto bacio sulla bocca, lasciandomi stordita, le viscere in fiamme per l’inatteso, eccitante tocco delle sue labbra.
«Mi piace questa cintura di sicurezza» mormora.
“Cosa?”
Si siede di fianco a me e si aggancia al sedile, poi inizia una lunga procedura in cui controlla strumenti e muove leve e pulsanti nell’incredibile assortimento di quadranti sulla plancia. Varie lucine cominciano a lampeggiare, e tutto il pannello dei comandi si accende.
«Infilati quelle» dice, indicando le cuffie davanti a me. Le indosso, e le pale del rotore iniziano a girare. È un frastuono assordante. Anche lui si mette le cuffie, mentre continua ad azionare comandi.
«Sto solo eseguendo i controlli preliminari.» La voce incorporea di Christian mi arriva attraverso le cuffie.
Mi volto e gli sorrido.
«Sai cosa stai facendo?» chiedo. Lui si volta e mi sorride.
«Ho il brevetto di pilota da quattro anni, Anastasia. Con me sei al sicuro.» Mi rivolge un sorriso da lupo. «Almeno finché siamo in volo» aggiunge, strizzandomi l’occhio. «Sei pronta?»
Annuisco, con gli occhi sbarrati.
«Okay, torre di controllo. PDX, qui Charlie Tango, Golf Echo Hotel, autorizzato al decollo. Confermate. Passo.»
«Charlie Tango, sei autorizzato. PDX al pilota, procedi a 14.000 con prua 010. Passo.»
«Ricevuto, torre di controllo, Charlie Tango pronto. Passo e chiudo. Si parte» aggiunge, rivolto a me, e l’elicottero si alza lentamente e senza difficoltà nel cielo.

Ok, Anastasia è molto concentrata su Mr Grey, e questo è in linea con ciò che è.

La rappresenta e le è aderente.
Perfetto.

Mettiamo un attimo l’accento su questa frase:

Si siede di fianco a me e si aggancia al sedile, poi inizia una lunga procedura in cui controlla strumenti e muove leve e pulsanti nell’incredibile assortimento di quadranti sulla plancia. Varie lucine cominciano a lampeggiare, e tutto il pannello dei comandi si accende.

Dato che non ha alcuna nozione in merito, ciò che fa Christian, per lei, è semplicemente un prolungato “spippolamento” sui comandi della plancia.
È accettabile proprio perché lei è lei, sta raccontando la storia in prima persona, e non ha mai preso lezioni di volo.
D’altro canto possiamo anche dire che DI SICURO l’autrice si è documentata al riguardo, però. Perché Anastasia non è da sola in quell’abitacolo. Christian parla e interagisce con la torre di controllo.
Non gli dice semplicemente: «Ué, Ciccio, ci stiamo alzando in volo. Tutto a posto. Scialla, ci vediamo quanto torno».
No.
Ha un atteggiamento consono al tipo di situazione in cui si trova. Perché deve veicolarmi che effettivamente sa pilotare, effettivamente lo ha già fatto altre volte, ed effettivamente sa come relazionarsi in quella specifica situazione.

Tutto regolare. Ma non così scontato.

Perché se ci fossimo limitati a cosa sa solamente il nostro AUTORE FISICO non è detto che avremmo avuto lo stesso risultato. Mica tutti sanno di default pilotare un elicottero.
Io non so farlo. Però faccio una paella da leccarsi i baffi… per dire.

Comunque, non divaghiamo…

Quindi significa che l’autrice ha avuto il rispetto necessario che si deve al fruitore, da rimanere fissa sul punto di vista di Anastasia, pur dovendo imparare delle nozioni utili sul volo in elicottero, tali da rendere Christian credibile nel farlo. E senza propinarci delle INFODUMP in cui spiega a chi legge “come si pilota un elicottero”, perché non servirebbero affatto.
Le informazioni che ci ha dato sono quelle utili e strettamente necessarie e ce le ha passate con naturalezza, in modo trasversale, mentre Anastasia vorrebbe infilare il naso fra i capelli di Christian per sentirne il profumo.
Ok. Rendiamo il gioco più interessante.

E se invece il punto di vista fosse di Christian?

Le cose cambierebbero un bel po’. Non credete?
Ebbene, valutate voi stessi. Questo pezzo è tratto da Grey, sempre di E.L. James:

«Andiamo.» Dopo averla di nuovo presa per mano, la conduco verso Charlie Tango. È l’Eurocopter più sicuro della sua classe, e un mezzo molto piacevole da pilotare. È il mio vanto. Tengo aperto il portellone per Ana; lei sale all’interno e io la seguo.
«Mettiti lì» ordino, indicando il sedile del passeggero. «Accomodati, e non toccare niente.» Sono sorpreso che faccia come le dico.
Una volta seduta, si mette a esaminare la strumentazione di bordo con un misto di soggezione ed entusiasmo. Mi accovaccio vicino a lei e le metto la cintura di sicurezza, cercando di non immaginarla nuda sotto l’imbracatura. Impiego più del tempo necessario perché potrebbe essere la mia ultima occasione di starle così vicino, l’ultima occasione di respirare il suo profumo dolce ed evocativo.
Quando scoprirà cosa mi piace, potrebbe fuggire…
D’altro canto, potrebbe anche scegliere di sposare quello stile di vita. Le possibilità che mi vengono in mente sono quasi sconvolgenti. Mi guarda con attenzione, è così vicina… così adorabile. Stringo l’ultima cinghia dell’imbracatura. Non andrà da nessuna parte. Almeno per un’oretta.
Reprimendo l’eccitazione, mormoro: «Sei al sicuro, non c’è modo di scappare.» Lei trattiene il respiro. «Respira, Anastasia» aggiungo, e le accarezzo la guancia. Tenendole il mento, mi chino a darle un bacio veloce. «Mi piace questa cintura di sicurezza» mormoro. Vorrei dirle che ne ho altre, in cuoio, in cui mi piacerebbe vederla legata e appesa al soffitto. Ma mi trattengo, mi siedo e allaccio a mia volta la cintura.
«Infilati quelle.» Indico le cuffie davanti a lei. «Devo solo eseguire i controlli preliminari.» Tutti gli strumenti sembrano a posto. Regolo i giri del motore a 1500 rpm, imposto il trasponder in standby, e accendo il segnalatore di posizione. È tutto pronto per il decollo.
«Sai cosa stai facendo?» mi chiede stupita. La informo che ho il brevetto di pilota da quattro anni. Il suo sorriso è contagioso.
«Con me sei al sicuro» le garantisco, e aggiungo: «Almeno finché siamo in volo». Le strizzo l’occhio e lei sorride, abbagliandomi.
«Sei pronta?» chiedo, e quasi non riesco a credere che mi emozioni tanto il fatto di averla al mio fianco.
Lei annuisce.
Parlo con la torre – sono pronti anche loro – e aumento a 2000 i giri del motore. Dopo aver avuto l’autorizzazione, faccio gli ultimi controlli. La temperatura dell’olio è a 104. “Ottimo”. Aumento a 14 la pressione dell’aria nel collettore, i giri al minuto a 2500 e tiro la leva dell’acceleratore. E come un uccello elegante… Charlie Tango si libra in aria.

Un tantino diverso, vero?

Notiamo che anche qui l’autrice non vuole darci una spiegazione di cosa significhi “aumentare la pressione a 14”, ma a Christian serve e lui lo fa. Stop.
Niente infodump: quella informazione ci serve espressamente a darci la certezza che Christian sa dove mettere le mani e che lo fa con una certa naturalezza, perché si sofferma solo sullo stretto necessario a farcelo capire.
In più ci sono un altro paio di considerazioni da fare al riguardo:

  • la prima è legata al comparto emotivo dei due personaggi. Sono entrambi evidentemente cotti come acciughine, l’uno dell’altra, ma questa informazione è legata al bilanciamento del MISTERO e dell’IRONIA DRAMMATICA. Per un lettore è bene riceverla solo DOPO che ha letto la trilogia di Cinquanta sfumature, perché lì tutto ruota intorno alla scoperta di chi sia realmente Christian e di cosa Anastasia provi, e indaghi su quello che lui ricambi. Se togliamo il mistero, togliamo il gusto della scoperta e l’interesse nella storia.
    Però, a posteriori, quando abbiamo acquisito un’ironia drammatica completa sui fatti – e averli fruiti dal punto di vista di Anastasia – vedere che anche lui viaggiava su un binario parallelo al suo concorre a rendere il personaggio più “amabile” da parte del fruitore. Conoscendo il loro percorso insieme, possiamo apprezzare il grado di sentimenti che lui investe nel loro rapporto. E comprendiamo che molti dei conflitti che muovevano la storia erano frutto della sua incapacità, e goffaggine, nel comprendere quello specifico “tipo” di interazione relazionale. Questo è strettamente legato alla costruzione dell’empatia nei suoi confronti;
  • la seconda è legata alle frasi che vengono espresse, rispetto a quelle che vengono “raccontate”.
    Per caratterizzare il personaggio di Christian è importante che venga rafforzata la sua abitudine a darle degli ordini e quindi quella frase viene esplicitamente espressa nel suo estratto.

“«Mettiti lì» ordino, indicando il sedile del passeggero. «Accomodati, e non toccare niente.» Sono sorpreso che faccia come le dico.”

Quello che ci importa di questa frase, oltre all’”ordino” è il “Sono sorpreso che faccia come le dico.”
Perché il rapporto fra i due si attesta su un equilibrio di “concessione dei poteri”, se vogliamo, che di volta in volta pende da una parte o dall’altra.
Nell’estratto di Anastasia, quella stessa frase è relegata a un semplice:

“Christian apre la portiera e mi indica uno dei sedili davanti. «Accomodati, e non toccare niente» mi ordina, mentre sale dietro di me.”

La battuta “Accomodati, e non toccare niente” ha lo stesso scopo di veicolare l’”ordina”, proprio per lo stesso motivo di caratterizzazione precedente. E sul quale Anastasia costruisce sempre i suoi dubbi nei suoi confronti.

Parimenti, se nell’estratto di Anastasia ci serve di sentire la battuta di Christian che dialoga con la torre di controllo, perché dobbiamo evincere che sappia cosa sta facendo, nel suo estratto non serve. E quindi viene semplicemente declassata.
Abbiamo un:

“«Okay, torre di controllo. PDX, qui Charlie Tango, Golf Echo Hotel, autorizzato al decollo. Confermate. Passo.»
«Charlie Tango, sei autorizzato. PDX al pilota, procedi a 14.000 con prua 010. Passo.»”;

Contro un:

“Parlo con la torre – sono pronti anche loro – e aumento a 2000 i giri del motore. Dopo aver avuto l’autorizzazione, faccio gli ultimi controlli. La temperatura dell’olio è a 104. “Ottimo”. Aumento a 14 la pressione dell’aria nel collettore, i giri al minuto a 2500 e tiro la leva dell’acceleratore.”

Tutto viene relegato a un semplice inciso con “sono pronti anche loro”. Perché il focus di quella specifica battuta per lui non è importante tanto quanto lo era per la percezione di Anastasia. Per lui, adesso, è importante che l’assetto dell’elicottero sia adeguato a farlo librare in aria, ed è quello su cui verosimilmente lui si concentrerebbe.

Stiamo parlando di una scrittrice che scrive romanzi erotici. E che, in questi piccoli ma fondamentali particolari, si merita tutto il mio rispetto.

Provate a pensare alle sfumature che un punto di vista diverso comporti. Provate a pensare alle implicazioni a cui è legato. E poi tenetevele sempre a mente.

Non è detto che dovrete raccontare la storia attraverso un altro punto di vista obbligatoriamente, ma sapere cosa avranno in testa tutti i personaggi, sempre, vi aiuterà a rendere credibile quello che scriverete.
Sia in termini di SOSPENSIONE DELL’INCREDULITÀ, ma anche in termini di COERENZA interrelazionale e globale sulla storia.

Due persone che guardano la stessa cosa vedono due cose DIVERSE. Tenetelo a mente e ripetiamolo come un mantra.
Può essere utile sempre.

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