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SAVE THE CAT: SCAGIONARE UN COLPEVOLE

Guardando per la milionesima volta Zootropolis (dico che mi obbligano i bambini ma non è affatto vero…), ho notato una cosa interessante che metterò nella mia CASSETTA DEGLI ATTREZZI personale, e che magari potrebbe fare comodo anche ad altri.

Concettualmente, la CASSETTA DEGLI ATTREZZI è quel luogo – nella mente di un autore e nel suo computer – in cui accumula tutto ciò che gli può tornare utile nel percorso che lo porterà a imparare il “mestiere della scrittura”

Che sia riferito alla narrativa, alla saggistica o altro, non ha importanza. E nemmeno, per estensione, che lo sia all’illustrazione, alla falegnameria o all’allevamento di ostriche.

Non mi sto inventando nulla; del concetto di CASSETTA DEGLI ATTREZZI ne ha parlato anche Stephen King in On Writing.
Però quella a cui sto facendo riferimento è un po’ amplificata e non tiene conto solo degli attrezzi FONDAMENTALI della scrittura, e che non dovrebbero mai mancare (VOCABOLARIO, GRAMMATICA, TECNICHE NARRATIVE, PUNTEGGIATURA e via dicendo…), ma anche di tutto ciò che ci colpisce, in positivo o in negativo, fruendo noi stessi le opere.

Tutto ciò che ci meraviglia. Tutte le sfumature meritevoli che ravvisiamo nei lavori degli altri. Tutte le gestioni di argomenti spinosi ben riuscite. Tutte le parole che ci rimangono ficcate dentro. Anche tutto ciò che proprio non ci piace, come esempio di ciò che non ci rappresenta. Tutto finisce nella cassetta degli attrezzi, e io ho proprio cominciato a farne una “virtualmente” fisica nel computer, divisa in cartelle, per argomento.

Perché, non solo non sapremo mai per certo quali e quanti siano gli strumenti che ci serviranno davvero in ogni occasione, ma anche perché quello che mettiamo nella cassetta ci definisce come autori. E ogni tanto potremo aver la necessità di tornare a riguardare quello che abbiamo messo da parte.

Tutto quello che permea la nostra membrana individuale di “tecnici della scrittura” ci identifica inequivocabilmente.

E contribuirà a strutturarci, in modo univoco, decretando il bagaglio stilistico a cui poter attingere e ispirarci.

Così, ho notato un particolare interessante nella scena SAVE THE CAT di questo film, ho creato una cartella apposita, ne ho presa nota e ve la riporto, sperando che possa tornarvi utile a vostra volta.

«Cos’è una scena “SAVE THE CAT”?»

Secondo Blake Snyder (che ha definito un modello di PLOT in 15 passi per storie con struttura in tre atti, intersecabile con il VIAGGIO DELL’EROE di Christopher Vogler), all’inizio del film è utile una scena SAVE THE CAT, per fare in modo che il nostro personaggio possa piacere nonostante i suoi difetti insiti.

Un esempio facile facile: all’inizio del cartone animato Aladdin della Disney sappiamo che Aladdin è un ladro, ma anche un “diamante allo stato grezzo”.

Nel video potete vedere la scena in cui il pubblico lo fruisce per la prima volta.

Ma perché dovremmo seguire le gesta di un ladro?

Anche se ce l’hanno presentato in maniera divertente, e abbiamo visto che è un “bandito” sui generis, perché dovremmo considerarlo diverso dagli altri ladri?
Perché dovrebbe MERITARE la nostra attenzione?

Per questo: (La scena è in inglese, ma si capisce bene.)


Aladdin ha preso il pane per mangiare. Ok.
Ma una volta al sicuro vede che qualcuno ne ha più bisogno e quindi lo regala ai bambini, spingendo anche Abu a fare altrettanto.
Se ne va via senza rimorso; avrà un’altra occasione per mangiare, nonostante tutto quello che gli è “costato”, in termine di ingegno, procurarselo.
Questa scena ci spalanca un porta sull’animo di Aladdin: è buono di cuore e generoso.

Ha SALVATO dalla fame quei bambini.

Se questo non dovesse bastare, li salva di nuovo dagli zoccoli del cavallo e dalla frusta mettendosi in mezzo fra loro e il riccone.

«Ehi… se fossi ricco come te userei un po’ di buone maniere.» Rigetta la frusta in mano al principe spocchioso.
«Te le faccio vedere io le buone maniere!» Il ricco sbruffone lo fa cadere dentro una pozza di fango. Il pubblico presente lo deride.
Così si rivolge alla scimmia, mentre il cavaliere se ne va via, altezzoso.
«Guardalo bene, Abu. Non si incontra tutti i giorni un asino su un cavallo…»
Il ricco si gira. «Tu non sei altro che uno straccione. Sei nato straccione e morirai straccione. E solo le tue pulci ti piangeranno!»
«Io non sono uno straccione! E non è vero che ho le pulci!» Grattandosi la testa.

Aladdin non solo è buono di cuore, ma adesso sappiamo anche è coraggioso, si batte per chi è più debole e non sopporta le ingiustizie. Anche quella principale che lo riguarda direttamente: la povertà da cui aspira di emergere.
In più, adesso sappiamo che è anche sagace e dalla lingua irriverente.
Aladdin non è scapestrato e scansafatiche, ma è impavido, brillante, e non si prostra davanti alla cattiveria gratuita solo perché proviene da qualcuno verso cui dovrebbe provare deferenza.

Questi due salvataggi ci danno un chiaro esempio di come le sue potenziali criticità siano bilanciate da altrettante doti. E, se non vogliamo seguire le gesta di un ladro generico, saremo disposti a seguire le gesta di “questo specifico” ladro. Proprio per le caratteristiche ha.

Dunque, tornando a Zootropolis.

All’inizio del film, entro i primi cinque minuti circa, vengono presentati: la realtà animale del mondo in cui è ambientata la storia (cioè: prede e predatori convivono tranquillamente); e il personaggio di Judy Hopps da bambina.

(Anche questa scena l’ho trovata solo in inglese e quindi ho trascritto tutto il dialogo che ci nteressa.)


Dal palco in cui si svolge la recita scolastica che sta rappresentando, Judy, con una divisa blu addosso, afferma che da grande vorrà diventare una poliziotta.
Gideon Grey, che è fra il pubblico, la prende in giro.

Gideon: «Ah, ah, ah, ah! Una coniglietta-sbirro!È la cosa più stupida che abbia mai sentito!»
Judy: «Potrà sembrare assurdo a una mente ristretta come la tua, Gideon Grey.»
E lui fa una smorfia infastidita. «Ma a soli 400 km da qui sorge la grande città di Zootropolis… dove i nostri antenati hanno scelto di convivere in pace, proclamando che “ognuno può essere ciò che vuole!”»
I genitori di Judy la guardano dal pubblico perplessi e preoccupati.
Così, fuori dal teatro, mentre lei saltella entusiasta, le fanno una filippica per cercare di ridimensionare l’idea ardita che ha in testa.

Padre: «Judy, ti sei mai chiesta perché io e tua madre siamo così incredibilmente felici?»
Judy: «No.» Con candore, saltellando.
Padre: «Beh, abbiamo smesso di sognare e ci siamo sistemati. Vero, Bon?»
Madre: «Oh, sì. Sistemati, Stu. Ci siamo adattati.»
Padre: «Vedi, adattarsi ha i suoi vantaggi, Judy. Se non provi niente di nuovo non puoi fallire.»
Judy: «A me piace provare cose nuove.» Sempre saltellando, come se fosse l’affermazione più basilare del mondo.
Madre: «Ciò che tuo padre vuole dire, tesoro, è che è improbabile – o addirittura impossibile – che tu diventi un’agente di polizia.»
Padre: «Già! Non si è mai visto un coniglio poliziotto.»
Madre: «No.»
Padre: «Non è da conigli.»
Madre: «Mai.»
Padre: «Mai.»
Judy: «Oh.» Ci riflette sopra e sembra vagliare la possibilità. «Questo vuol dire che sarò la prima. Perché io voglio rendere il mondo un posto migliore!» Salta con entusiasmo è lo afferma come se stesse facendo un proclama in divisa.
Padre: «Ooppure… sai che c’è? Se vuoi rendere il mondo un posto migliore, il miglior modo di farlo è coltivando carote!»
Madre: «Sì! Io, tuo padre e i tuoi 275 fratelli e sorelle stiamo cambiando il mondo.»
Padre: «Già.»
Madre: «Una carota alla volta.»
Padre: «Parole sante! La nostra è una nobile professione.»
Madre: «Quel momento in cui semini nel terreno…»
Judy nota che Gideon e il suo complice hanno in mente qualcosa, perché si mettono a seguire un gruppo di bambini piccoli (due pecore e un coniglio). Decide di seguirli.
Padre: «Diventi un tutt’uno con la terra e ti sporchi tutto.»
Madre: «Esatto… È fantastico avere dei sogni…»
Padre: «… la cosa importante è non crederci troppo!»

Judy non c’è più. Ha smesso di ascoltarli e si è nascosta dietro un albero a spiare la scena.

Fin qui, Judy è molto esuberante e pure appena un po’ sfacciata. Per fare in modo che la sua ostinazione non diventi presunzione agli occhi dei fruitore, è inserita una scena “save the cat”, in cui possiamo prendere atto che Judy ha davvero le qualità per essere un bravo poliziotto.



Judy, dietro a un albero, ascolta la conversazione.

Gideon: «Dammi subito quei biglietti! Oppure ti faccio al forno con le patate, pecorella!»
Pecorella: «Ahi! Falla finita, Gideon!»
Gideon le strappa i biglietti di mano. «Beeh, beeeh! Che fai, piangi?»
Judy, avvicinandosi: «Ehi! Non hai sentito? Falla finita!»

Gideon: «Bel costumino, perdente. In quale assurdo mondo pensi che un coniglio possa diventare un poliziotto?»
Judy: «Restituisci i biglietti alla mia amica.»
Gideon si infila i biglietti nella tasca frontale della salopette: «Vieni a prenderli. Ma ricorda: sono una volpe. E, come hai detto nella tua ridicola recita, noi predatori mangiavamo le prede. E quell’istinto killer è ancora nel nostro Dinna.»
Trevis: «Ehm… credo proprio che si dica DNA…»
Gideon: «Pensi che non lo sappia, Trevis?»
Judy: «Tu non mi fai paura, Gideon.»


Gideon la spinge e Judy finisce a terra. Le pecorelle e il coniglietto scappano dietro l’albero.

Gideon: «Ora hai paura?» Le si piega sopra a mo’ di minaccia.
Trevis: «Guarda come le trema il naso. Per me, ha paura.»
Gideon: «Piaaangi, piccola coniglietta. Piangi, piaangi.»

Judy gli dà un calcio in faccia. Gideon arretra e si massaggia la bocca. Tutti quelli nascosti sussultano.
Gideon: «Arh… tu non molli proprio mai, vero?»
Espone gli artigli. La graffia.
Judy si tiene la guancia, si guarda la mano probabilmente sporca di sangue.


Gideon le spinge la testa per terra e le tiene una mano sulla tempia perché non possa alzarsi.
Gideon: «Ricordati bene questo momento la prossima volta che pensi di essere qualcosa di diverso da una sciocca coniglietta coltivacarote!»
Ridacchia e se va via con il suo compare.
Gli altri bambini accorrono.

«Oh, è messa male…»
Pecorella: «Ti senti bene, Judy?»
Judy: «Sì, sì… sto bene.» Si rialza un po’ acciaccata. Porge alla pecorella i biglietti che è riuscita a sottrarre a Gideon senza che lui se ne accorgesse. «Questi sono tuoi.»
Pecorella: «Hai ripreso i biglietti!»
«Sei fantastica, Judy…»
Pecorella: «Già! Quel Gideon Grey non sa proprio con chi ha a che fare.»Judy: «Beh, su una cosa aveva ragione.» Raccoglie il cappello da poliziotto e se lo pianta di nuovo in testa. «Io non mollo proprio mai.»

 

 

Questa piccola scenetta non mostra solo che Judy non tollera le ingiustizie, ma anche che non ha paura e che è disposta a battersi per i più deboli.

Empatizziamo subito con lei perché la sua determinazione, unita al fatto che ha uno svantaggio fisico rispetto ad altri animali di “stazza” diversa, già ci fa capire che se vuole essere presa sul serio dovrà lavorare il doppio degli altri. E forse anche il triplo.
Ma adesso sappiamo che voler diventare un poliziotto non è solo una fantasia effimera e superficiale, è dettata da scelte morali giuste e quindi iniziamo a parteggiare per lei.
Anche se dovrà (soprattutto) faticare.

[Da qui in avanti, siete a rischio spoiler se non avete visto il film…]
Ok. Questa scena serve a impostare le premesse su cui Judy è costruita, a impostare la sua scala di valori morali, a darci le sue caratteristiche, a farci capire l’ambiente e la mentalità da cui cerca di emergere, a conferire l’entità della posta in gioco, e anche a impostare il conflitto coniglio/volpe che poi la porterà, più avanti, a gestirsi i suoi pregiudizi sommersi e il conflitto di relazione con Nick Wilde (che è una volpe), quando lo conoscerà.

Ma oltre a questo, è un’occasione sottile per mistificare nei confronti del fruitore della storia e costruire una scala di “debolezza”, che sarà utile per nascondere il colpevole della storia.

Judy è un coniglio. Gideon è una volpe.

La scena imposta una gerarchia di forza che si muove da Gideon verso Judy.
La sua forza è maggiore di quella di Judy. Lui ha più “armi” di lei, tanto più che questo è rafforzato dal fatto che lui snuda le sue zanne più volte mentre parlano ed espone gli artigli della zampa prima di ferirla sul volto. L’unica cosa che può fare Judy, e per la quale viene presa in giro dall’amico di Gideon, è muovere freneticamente il naso, spaventata.

Non può mostrare artigli a sua volta per “pareggiare” la minaccia.
Judy è una preda. Gideon è un predatore.

C’è uno sbilanciamento di potere a sfavore di Judy. Ed è proprio per questo che quando lei lo calcia in faccia, pur prendendosi il graffio sanguinante sulla guancia, emerge il grande coraggio che ha (che è una delle altre cose che la scena vuole mostrare).
Non solo, Judy oltre a essere coraggiosa è anche furba e veloce: nella mossa contro Gideon è riuscita a fregargli i biglietti che aveva sottratto ai bambini bullizzati.

In più, l’episodio rimarca che Gideon aveva ragione su una cosa: “lei non si arrende proprio mai”.
Su questa ostinazione/determinazione viene costruita la formazione della Judy adulta, che sa che, nonostante possa essere in difetto sul fattore dimensionale fisico, può sopperire con altre doti. Una fra tutte: la perspicacia.
Judy non è una che si fa scoraggiare dagli imprevisti e dalle avversità.

Ok. Tutto benissimo e giustissimo.

Ma non è l’unica cosa che viene mostrata.

Fra i bambini bullizzati da Gideon ci sono due pecorelle, oltre a un coniglietto.
Di fatto, quelle due pecorelle, essendo protette da Judy, diventano parte della scala di debolezza.

Gideon è più forte di Judy, che è più forte delle pecorelle.
Le pecorelle diventano degli animali inermi, o quanto meno indifesi.

Qualcosa da proteggere, sia agli occhi di Judy, sia inconsciamente agli occhi del fruitore della storia.
La coniglietta, che è già piccola di suo, ha difeso delle pecorelle che come “stazza” sono anche più “prestanti” di lei.
(Se fossero stati dei piccoli topolini non avrebbe avuto lo stesso effetto, perché lo sbilanciamento di dimensione sarebbe stato troppo evidente.)

Comunque, le pecorelle sono indifese. E questo condizionerà Judy, in seguito.
Proprio quando conoscerà Dawn Bellwether, la pecorella assistente del Sindaco, avrà un istinto pregresso di collaborazione e protezione nei suoi confronti, che sarà dato proprio da questa esperienza, e incoraggiato da Dawn perché anche lei è un po’ “bullizzata” dal sindaco. Ma soprattutto perché lei le fa intendere che “fra creature piccole ci si aiuta”.

Ed è naturale che la assecondi, perché dopo tutte le difficoltà che Judy ha superato per diventare una poliziotta, subìte perché “piccola” in un contesto avverso di “grandi” e più “forti” di lei, sente di avere un’affinità con Dawn. Anche in relazione alla scelta di fare da scudo alle pecorelle più deboli, quando era bambina.

Quella scelta fa da eco a tutte le scelte future e le influenza.

E la scena di bullismo iniziale costruisce un’associazione di idee che il fruitore si porterà avanti per il resto della storia, finché non verrà ribaltata.
Oltre all’informazione primaria che Judy è davvero in gamba, indirettamente, lo spettatore registra che le pecorelle sono deboli, indifese. Da proteggere. Buone per natura e istinto, e bistrattate un po’ anche per quello.

E quando salterà fuori che il cattivo sarà proprio una pecorella, l’effetto del colpo di scena sarà ancora più smaccato.

Proprio perché frutto (anche) di questa sottigliezza che rigira un pregiudizio cognitivo del fruitore contro sé stesso. Un bias cognitivo costruito ad hoc per evitare che lo spettatore possa avere dei dubbi sulla bontà d’animo di Dawn finché i tempi non saranno maturi per vederla per come realmente è.

La scelta della tipologia degli animaletti bullizzati non è affatto casuale. E ci dà la misura di quanto una storia possa venire pianificata nei dettagli e nelle sfumature.

E soprattutto quanto possa condizionarci chi viene salvato da chi. Vale la pena investire un po’ di tempo per pensarci un po’.

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© Redazione Coffa ~ Erika Sanciu. Tutti i diritti riservati.

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