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COERENZA,  DALLA COFFA CON FURORE,  DETTAGLI E INFORMAZIONI,  IMPARIAMO INSIEME ~ TECNICHE NARRATIVE,  PARATESTI,  SCRIVERE MEGLIO

QUARTA DI COPERTINA: COS’È? COME SI SCRIVE?

La QUARTA, o meglio: il TESTO DI PRESENTAZIONE che è presente sulla quarta di copertina, è una delle rogne più grandi da scrivere, per tutti coloro che si affacciano sul mondo dell’editoria e devono cimentarcisi. Spesso viene confusa con la SINOSSI con cui effettivamente ha tante cose in comune e che, a sua volta, detiene il primato assoluto come testo più difficile da scrivere nell’intera vita di un individuo senziente (e masochista).

Ma andiamo per gradi.

Scrivere il testo di una storia non è l’unica competenza che potrebbe essere utile (e richiesta) a un autore di narrativa. Infatti, è giusto prendere confidenza con il fatto che un libro, che sia cartaceo o digitale, oltre al blocco puro di TESTO è composto da altre parti che lo affiancano; e che ognuna di esse ha la propria specifica importanza.

Queste parti “accessorie” vengono chiamate PARATESTI. E a loro volta vengono divise in PERITESTI ed EPITESTI (con ulteriori sottocategorie varie) a seconda che si trovino “intorno al testo” o “connesse al testo seppur non strettamente annesse”.

Per capirsi, fanno parte dei PERITESTI: frontespizi, titoli, dediche, colophon, note, appendici, prefazioni, postfazioni, introduzioni, tabelle, illustrazioni e molto altro ancora.
E degli EPITESTI: recensioni, interviste, pubblicità, card promozionali, articoli di giornale e compagnia cantante correlata.

«A cosa servono i paratesti?»

Ecco. Questa è la vera domanda.
E la risposta esprime il reale valore che hanno, e la cura che meritano.

Ogni paratesto è AL SERVIZIO del testo e serve a dargli una sua UNIVOCA IDENTITÀ riconoscibile.

Non a casaccio. Ma seguendo delle norme che sono ragionate sulla base dell’ambiente socio-culturale in cui è inserito il testo – e, per estensione, il libro – quando viene immesso nel mercato.
E questo è abbastanza semplice da capire perché ogni libro è il prodotto di uno specifico contesto culturale e sociale, che è soggetto a mutazione nel tempo e nello spazio.
Quindi il paratesto è figlio delle abitudini e delle convenzioni, ma anche dei gusti esistenti nel momento in cui è stato prodotto il libro a cui è legato.
Libri dell’Ottocento avranno avuto paratesti diversi da quelli pubblicati negli anni Cinquanta o da quelli contemporanei.
Abbastanza chiaro, no?

(Tra l’altro, seguendo questo criterio di analisi, i paratesti diventano anche una testimonianza storica di un certo rilievo e sono efficaci, a distanza di decenni e secoli, nel ricostruire contesti sociali letterari che non ci appartengono più. Ma non divaghiamo troppo…)

Comunque, quello che è interessante per noi è sapere che con l’avvento dell’informatica, e della digitalizzazione della comunicazione scritta, i paratesti si sono evoluti e sono aumentati a macchia d’olio, sia per quantità che per importanza, per adeguarsi alle nuove esigenze comunicative.
Le caratteristiche legate alla diffusione dei testi digitali hanno portato a un “aggiornamento” nella concezione dei paratesti, aggiungendone nuovi a quelli già esistenti.
E questo, di conseguenza, ha spostato ancora un po’ l’ago della bilancia della loro rilevanza.
Infatti, via via stanno diventando sempre più necessari per definire e collocare i testi, e orientarsi alla loro scelta nella vastità cacofonica delle proposte esistenti.

È palese che un approccio mirato, chiaro e ben gestito, può dare un risalto impressionante e contribuire a decretare il successo di un prodotto che già di per sé ha del potenziale.

Ma è fondamentale che ce l’abbia davvero questo potenziale. È bene tenerlo a mente.
Perché, nel caso in cui l’efficacia dei paratesti sia nettamente migliore del contenuto che promuovono, si creerà uno sbilanciamento negativo fra l’aspettativa nei confronti del prodotto e il contenuto dello stesso.
E questo porterà il fruitore a sentirsi gabbato. Raggirato.

Con conseguente “diffidenza” verso tutte le “strategie di marketing” evidenti che ravviserà in seguito sui prodotti della stessa categoria: «Questo lo scanso perché subodora di fregatura…»

Non è un caso se il passaparola è uno degli strumenti di promozione a cui si fa generalmente più affidamento.
Perché un essere umano promuove spontaneamente solo prodotti che per lui hanno una rilevanza tale da attestare la propria valutazione dall’8 su 10 in su. Parimenti, una persona fa da detrattore a qualcosa che nella sua esperienza di fruizione si attesta dal 4 su 10 in giù.

È evidente che nessuno promuove qualcosa che orbita intorno alla sufficienza, perché nella sua testa “non ne vale la pena”.

Se volete che qualcosa venga promosso positivamente e in modo spontaneo deve fare breccia e deve avere un valore concreto e verificabile. E quindi deve essere gestito anche in maniera equilibrata perché risulti coerente.
Strano come la parola COERENZA torni tanto spesso parlando di cose ben riuscite, vero?
(Beh, non così strano, in effetti…)

Tornando a noi, questa necessità rende la cura dei paratesti importante tanto – se non di più (in alcune occasioni) – quella del testo stesso. Perché diventa decisiva sia per beneficiare adeguatamente dei contenuti presenti nel testo, che per capire che “tipo” di testo sia e che valore abbia.
E, in relazione a quello, per mantenere un equilibrio congruente che riesca a sovrapporre l’aspettativa con il reale contenuto, quasi perfettamente.
Dico “quasi” perché, se l’aspettativa sta un pelino sotto rispetto a ciò che ci lascia davvero la fruizione del prodotto, si produrrà una reazione di piacevole stupore.
Come se il “contorno” non riuscisse a rendergli giustizia a dovere, perché il testo ha molto altro di sommerso da dare a chi gli dà una possibilità, e che viene fuori nel momento stesso in cui ti ci immergi completamente dentro.

Questo creerà una spinta alla promozione individuale: «Questa cosa è bellissima e fatta bene, nessuno ne parla come dovrebbe. Tutti dovrebbero sapere che…»

Capito il senso?

Molto ambizioso, lo so.
Ma comunque, puntare all’equilibrio onesto mi sembra già un obiettivo proficuo da porsi.

E per questo mi sembra saggio impiegare un po’ di tempo per parlarne, nella speranza di poter fare un po’ di chiarezza e di fornire alcune considerazioni utili per evitare alcuni trappoloni in cui è fin troppo facile cadere, soprattutto quando si ha a che fare con qualcosa di così ostico come può essere la stesura di una quarta di copertina efficace.
Che, fra tutti i paratesti, ha una rilevanza particolare perché si trova esattamente in prima linea.

Ripartiamo da “IDENTITÀ UNIVOCA”.

Il libro è un prodotto di cui, quando mettiamo mano al portafogli per comprarlo, non conosciamo il contenuto. (A meno che non abbiamo già avuto modo di leggerlo, ma questa è un’altra faccenda…)

Quindi, tutto quello che c’è prima, dopo e fuori dal testo, serve a parlarci di quello che ci troveremo DENTRO.

Alcuni paratesti hanno funzione esplicativa, introduttiva, chiarificatrice. Altri hanno finalità presentativa, promozionale, o di induzione all’acquisto.

E la copertina, facendo da involucro al testo, serve a darci informazioni specifiche e il più possibile inequivocabili sulla tipologia di contenuto che troveremo all’interno. Serve a creare un ponte emotivo e potenzialmente intelligibile fra noi e il libro.
Qualcosa che ci faccia dire: «Ve’, questo me lo accatto subito!» oppure «Questa lettura non s’ha da fare!».

BONUS: QUANTO È IMPORTANTE DAVVERO UNA COPERTINA?

Questo è un bel trappolone divisivo. C’è chi sostiene che l’importante è il contenuto; e questo è vero. C’è chi sostiene che un buon contenuto senza una buona copertina è mutilato; e anche questo è vero.

Sarebbe saggio prendere per buono questo assunto: “L’importanza della copertina è indirettamente proporzionale alla fama del libro e dell’autore.”
Che si traduce più o meno così: più sei sconosciuto e più il tuo prodotto deve essere ammaliante e confezionato bene.
Perché quando qualcuno, o la sua storia, è già molto conosciuto lo si ricerca a prescindere dall’involucro in cui è contenuto ciò che ci propone. Perché si è già maturato un livello superiore di fiducia; più profonda e relativa a quello che già sappiamo possa darci.
E che si traduce nel beneficio che questo ci comporta: fidelizzazione.
È giusto tenerlo a mente.
(Ma è anche vero che un buon prodotto di successo “rivestito” bene avvicinerà un altro tipo di cliente: i cultori. Coloro che amano un prodotto che già conoscono spesso ci tengono ad averlo nella veste migliore possibile. Quindi, perché non fare un favore a tutti e impegnarsi perché un libro sia sempre buono e piacevole a prescindere? Pensateci.)

Andiamo avanti.

Una copertina “giusta” smista il lettore, facendolo avvicinare o rigettandolo.

E questa è un’ottima cosa in entrambi i casi perché incanala le persone verso prodotti adeguati alle loro esigenze e ai loro interessi.
Per esempio, io non andrei mai a comprarmi un libro che parla di fisica quantistica, e che ne ha tutto l’aspetto, perché è proprio fuori dal mio limite personale di capacità intellettuale.
Ma magari potrei avvicinarmi a qualcosa che abbia l’aria di essere un libro di fantascienza, per dire.

È un gioco naturale di magnetismo sui libri, sano, che serve a proteggere il proprio senso di soddisfazione e a comprare in maniera il più consapevole possibile.
E, se state per dire che il vostro libro è adatto a tutti, “nein!”, non è affatto così. Pensarlo potrebbe essere un problema per voi e per gli altri, perché, come per tutto il resto, chi cerca di comunicare con tutti corre il rischio di non riuscire a comunicare con nessuno.

Non c’è niente di male ad avere una propria identità e, anzi, è bene riuscire a renderla RICONOSCIBILE per ciò che è. Nel modo più chiaro in assoluto.
È proprio per questo che stiamo parlando di PARATESTI e di IDENTITÀ UNIVOCA… no?

(Magari, una di queste volte parliamo delle quattro dimensioni del “tone of voice” di Jakob Nielsen… che, sì, hanno a che fare con il marketing, ma non sarebbe male analizzarle in un’ottica di relazione comunicativa autoriale.)

Quindi, ponendo il caso che tutti sappiano com’è fatto un libro, non è detto che sappiano come sia fatta una COPERTINA.

La copertina di un libro cartaceo ha:

  • un FRONTE, cioè la parte che ci viene presentata come la faccia del libro;
  • un DORSO, cioè la parte che rappresenta lo spessore dato dalla rilegatura delle pagine, e che ci permette di identificare il libro quando lo mettiamo di taglio dentro la libreria o lo impiliamo;
  • un RETRO, cioè la parte opposta al fronte, e che rappresenta la schiena del libro.

Il fronte e il retro del libro vengono chiamati anche PRIMA e QUARTA di copertina.

«E la SECONDA e la TERZA

Ci sono. Ci sono anche quelle.
Solo che si manifestano se sono presenti le BANDELLE.

«E mo’ che sono ’ste bandelle?»

Le bandelle sono dei prolungamenti della copertina che vengono ripiegati verso l’interno del libro.
Sono praticamente quelle alette laterali che in presenza di una SOPRACCOPERTA permettono di tenerla avvolta alla copertina rigida.

Le bandelle non si trovano esclusivamente nei libri con copertina rigida, ma a volte anche in alcuni libri in BROSSURA (anche se è più raro), come semplice prolungamento del fronte e del retro ripiegati su loro stessi; e che io personalmente apprezzo molto perché le uso come segnalibro.
Sì, lo so, sono una bestia di Satana. Ma vi dice niente la parola “pigra”?
E quella “disordinata”?
Io i segnalibri li perdo. Tutti.
Ecco.

Coooomunque.

La SECONDA di copertina è quella bandella che è ripiegata dal FRONTE, e la TERZA, per esclusione, è quella che nasce dalla ripiegatura del RETRO.

Avendole a disposizione tutte, la PRIMA di copertina ospita il TITOLO (con eventuale sottotitolo) e l’immagine più attinente ed evocativa possibile, capace di incuriosirci mentre ci passa informazioni sulla TIPOLOGIA, il GENERE, il TEMA e il TAGLIO del testo che ci troveremo dentro.
Il fronte della copertina è il richiamo di una sirena; se ben fatto, con molta probabilità ci porterà a prendere in mano il libro.
(Sentite com’è vicino l’odore dei soldi…?)

Anche se non è detto che questo sia sufficiente a concludere l’acquisto. Anzi.
Però converrete con me che, dopo aver preso in mano il libro, quello che facciamo TUTTI è soppesarlo, saggiarlo nelle mani, ruotarlo – per vedere cosa c’è scritto dietro – e aprirlo e sfogliarlo, per vedere cosa c’è scritto nelle prime pagine.

Quindi, cosa troviamo nelle altre parti della copertina?

Nella SECONDA, in genere, si può trovare il TESTO DI PRESENTAZIONE.

«Ehm, ma come?! Non era nella QUARTA

Eh, ora ci arrivo… intanto prendiamo per buono questo.

Nella TERZA, invece, si trova la breve BIOGRAFIA dell’autore (con o senza fotografia) ed eventualmente alcune informazioni sulla progettazione della copertina: quindi il nome di chi l’ha illustrata e/o del grafico che ne ha curato il progetto. Anche se spesso si possono trovare nella SECONDA, per lasciare spazio solitario al PREZZO del libro in terza.

Alla QUARTA rimane l’onore di ospitare il CODICE ISBN, quello a barre e magari una CITAZIONE evocativa o una TAGLINE (che si legge all’inglese tag-line, non all’italiana ta-gli-ne, come peraltro ho fatto io la prima volta che l’ho letta, sbagliando…), cioè una sorta di frase breve come uno SLOGAN che rafforzi l’idea di idoneità e feeling fra il potenziale cliente e il prodotto-libro che tutto il resto della copertina ha contribuito a costruire.

Però. C’è un però.

Se non abbiamo le bandelle, dobbiamo fare un’opera di sintesi di tutte queste informazioni necessarie.

In presenza del solo FRONTE e del RETRO, nella parte posteriore ne verrà concentrata una buona parte di quelle che erano disseminate fra SECONDA, TERZA e QUARTA.

Quindi, sul retro sarà auspicabile trovare:

  • il TESTO DI PRESENTAZIONE, munito di TAGLINE e/o CITAZIONE;
  • una breve BIOGRAFIA con o senza foto (ma non è obbligatoria);
  • il codice ISBN;
  • il codice a barre;
  • il prezzo del libro.

Va da sé, che il retro della copertina diventa molto affollato, visto che è grande esattamente come il fronte.
Per far sì che ci stia tutto in modo utile e armonioso, dobbiamo operare degli accorgimenti funzionali e spaziali (che poi, onestamente, valgono anche se abbiamo le bandelle, se vogliamo fare un lavoro pulito).

Appurato che del codice a barre, dell’ISBN e del prezzo non possiamo farne a meno – e considerando che lo spazio rimanente è poco e dovremmo farlo bastare per la biografia (facoltativa) e il testo di presentazione – dobbiamo abbandonare l’idea di scrivere un poema, per due motivi strettamente correlati fra loro:

  • il testo di presentazione della quarta viene letto in maniera frettolosa;
  • il testo deve convincere, non raccontare.

Infatti, con moltissima probabilità, dopo il titolo, la quarta sarà il primo testo che verrà letto da un potenziale lettore.

Vi ricordate il gesto di soppesare il libro e ruotarlo?

Ecco.

Tra l’altro, non è l’unica evenienza. Anche se ci troviamo davanti a un libro virtuale, la prima cosa che faremo per saperne di più sarà guardare la sua “descrizione”, e leggerne un estratto.

Questo rafforza l’importanza che ha nella scelta di un libro. E soprattutto dovrebbe persuaderci a scriverla nel miglior modo possibile. (Ah, sì. Anche il TITOLO è un paratesto. Anche quello andrebbe scelto in maniera oculata perché sia accattivante.)

Quindi, possiamo cominciare a scartare tutto quello che assolutamente in una quarta (intesa come testo di presentazione) non ci va, per poi concentrarci su quello che sarebbe bene che ci fosse.

Bisogna evitare in modo categorico:

  • Link a siti.

Sono inutili. È un’informazione che il lettore non utilizzerà mai. Il loro luogo adatto può essere la terza di copertina o il COLOPHON insieme a tutte le altre informazioni relative alla stampa del volume. (Al massimo nella biografia… ma andrebbe visto caso per caso.)

  • Parlare troppo di sé stessi e autoincensarsi.

No, no, no. Non si fa.
Le persone non stanno comprando “voi” (a meno che non siate illustri autori blasonati); in quel momento vogliono sapere della storia.
E fare la figura dei vanitosi non è mai un buon biglietto da visita.

A meno che non siano gli altri a parlare di voi, evitate.

Però, nella BIOGRAFIA avrete qualche riga per far trapelare alcune curiosità che vi riguardano. Per far capire chi è la persona dietro alle parole scritte e che volto abbia.
Lì, potrebbe anche essere utile menzionare il titolo di altri testi che avete scritto. Perché, una volta letto quello, il lettore potrebbe essere interessato anche a leggervi altrove.

(BONUS: alle volte, nella quarta potrebbe essere interessante costruire l’aspettativa del libro su delle capacità dimostrate che attestino la validità del prodotto, anche a scatola chiusa. Se ci trovassimo davanti all’affermazione “Vincitore del Premio Strega”, o “Un romanzo dal Nobel per la Letteratura”, l’idea che si farebbe un cliente sarebbe quella di avere in mano un autore valido, anche se non lo ha mai sentito nominare. Resta poi da decretare se quell’autore valido faccia al caso proprio, e questo è un altro paio di maniche… ma se avete vinto la menzione d’onore come libro dell’anno alla sagra delle ballotte o a un premio semisconosciuto qualsiasi e privo di risonanza, evitate.

Fatelo nel modo più assoluto.

O passerete davvero da peracottari che si spacciano per chissà cosa.)

  • Creare un blocco di testo senza alcun ACCAPO.

Lo sappiamo che la smania di scrivere TUTTO è tanta ma in questo caso, come in molti altri, “less is more”.

E soprattutto il lettore, come abbiamo detto prima, legge di fretta e tende a spaventarsi quando si trova davanti a muri di testo senza soluzione di continuità.

I testi devono respirare anche agli occhi. Dare un senso di leggerezza anche se in mano abbiamo un tomo da 700 pagine.

(E questo vale anche fra le pagine del libro stesso. Non solo fuori. Il nostro intuito visivo è capace di percepire quanto un libro sarà pesante dalla densità degli spazi vuoti che vede nella pagina.)
Quindi: nella migliore delle ipotesi, non leggerà tutto quello che avete scritto, nella peggiore si spaventerà o penserà “cheppalle oh… se questo è ciò che trovo fuori, chissà cosa mi toccherà sorbirmi dentro”.
Se rimette giù il libro si può dire addio alla lettura potenziale e all’acquisto.

Quindi, il mio primo consiglio è: BREVITÀ. Ma ponderata.

Tenendo a mente che i testi brevi, se sono fatti bene, ci rendono immediatamente riconoscibili. Memorabili.
(Cosa che io chiaramente non riuscirò mai a fare… e con cui ho un po’ di problemi. Ma tant’è.)

Una quarta di copertina non dovrebbe superare mai le 200 parole.

E guardate che 200 sono davvero tantissime…

Soprattutto se pensate che ciò che scriverete dovrà essere volto a convincere e non a raccontare.
Se la funzione del testo di quarta è quella di rafforzare l’idea che il fruitore si è già fatto prendendo in mano il libro, deve assolutamente creare un ponte. E deve fare in modo che lui abbia voglia di colmare quello spazio per entrare ancora di più al suo interno.
Quindi non dovrebbe raccontare per filo e per segno la trama, ma dovrebbe essere scritta in modo attraente.

E considerato che la lettura è molto breve e frettolosa, il testo dev’essere anche chiaro.

Dunque: CHIAREZZA.

Deve essere scritto con linguaggio semplice e diretto, orientato verso il proprio LETTORE IDEALE.
E qui non sarebbe male soffermarsi un attimo a chiarire quale sia.

Per CHI è la storia? Che tipologia di persona è? Che fascia di età? Che hobby e interessi ha?

Riuscire a rispondere a queste domande, facendo un quadro più o meno aderente a un certo profilo di pubblico, vi può aiutare a capire quali corde sia giusto toccare per invogliarlo alla lettura. A fare leva sulle cose che potrebbero persuaderlo.

Il testo della quarta dovrebbe evidenziare alcuni aspetti della storia come l’AMBIENTAZIONE, il GENERE, il TEMA, il TONO, le ATMOSFERE e il PERIODO STORICO in cui si svolge. E dovrebbe anche dare un accenno del CONFLITTO che farà da perno alla narrazione.

Se il lettore non lo capisce ed è tutto troppo nebuloso, non comprerà il libro.
Deve avere la sensazione che il libro sia fatto esattamente per lui. Deve confermare e rafforzare quel feeling che probabilmente sta cercando vagando per gli scaffali reali o virtuali.
E quindi non ha proprio senso essere approssimativi.

Oltretutto, questo è un ottimo esercizio perché vi “costringe” a ponderare quali siano davvero gli aspetti cruciali di ciò che avete scritto.

«Ma come si fa a essere chiari senza spiattellare tutto?»

Scegliendo con attenzione ciò che vale la pena dire. Svelando quel tanto di trama che serve a creare delle domande nel lettore. A incuriosirlo.
E barando.

Se po’ ffà: USARE FRASI A EFFETTO

Oh, sì. Potete farlo.
Ma quello che dovete evitare è cadere nel trito e ritrito delle frasi fatte.
Niente modi di dire. Niente proverbi. Niente luoghi comuni. Insomma, niente robetta preconfezionata.
Perché il rischio di fare la figura dei sempliciotti è altissima. Di coloro che non hanno una sensibilità tale da avere delle parole proprie per poter esprimere ciò che pensano.

Volete stupire con la sensibilità e l’acutezza delle vostre parole? Questo è il luogo e il momento giusto per farlo.
In fin dei conti, si sta parlando alla pancia del lettore; alla sua parte più intima.
Toccate le corde nascoste dentro di lui e arpeggiatele a dovere per farlo innamorare.

Citate parti brevi del romanzo che sono particolarmente evocative, magari. Create delle tagline ad hoc che facciano al caso vostro.
Insomma, tirare fuori l’artiglieria pesante e mettetela in campo.

«Sì, tutto molto bello… ma come si fa in soldoni?»

Ok. Io non sono ancora una copywriter e quindi non ci proverò nemmeno a darvi la mia ricetta per la quarta perfetta. (Però magari posso consigliarvi di trovarne uno che vi affianchi e possa farlo per voi.)

Da buon procione, mi limito a considerare quello che i professionisti ci consigliano.
E poi a vedere come queste evenienze vengono applicate a seconda dei casi; auspicando che possa tornare utile sia a me che a voi.

Quindi, mettiamo insieme tutte queste considerazioni e facciamo il punto della situazione per crearci una mappa mentale di una buona quarta.

  • La prima frase è senza dubbio la parte più importante, e da qui non ci si schioda. Dovrebbe portare al cuore del dramma ed essere un gancio immediato.
    Quindi può essere tranquillamente uno slogan o una TAGLINE (che forse vale la pena di capire bene cosa sia).
La TAGLINE è una frase breve e concisa, che deve rappresentare l’essenza della storia, o un aspetto cruciale, in modo che possa essere riconoscibile persino al lettore ignaro che passa per caso.

Dev’essere un flash immediato che mi faccia visualizzare:

        • una situazione, un’atmosfera;
        • una visione, una direzione;
        • un obiettivo verso cui si tende.

Per funzionare bene deve essere un sommo concentrato di suggestione, ispirazione, riconoscibilità e memorabilità, ma al tempo stesso anche di semplicità, immediatezza e chiarezza.

Difficile, vero?
Sì.

Ma è più “semplice” scrivere una TAGLINE quando avete una conoscenza profonda, viscerale e consapevole di ciò che avete scritto.

Solo a quel punto sarete in grado di trovare il nucleo più caldo e interno, isolarlo e renderlo evocativo nel modo giusto.
Quindi c’è da scavare dentro, piuttosto che decorare fuori.

  • Subito sotto, in seconda battuta ci andrebbe qualcosa che racchiuda il succo della storia.
    Quindi, un sunto coinvolgente della trama, del conflitto e una presentazione dei personaggi principali; oppure un brano di due o tre righe tratte dal libro che anticipano la descrizione della storia.

 

  • Dove la costruzione della quarta lo preveda, aggiungere alcune righe di testo dal libro stesso è un buon biglietto da visita per valutare la qualità della scrittura che sarà presente all’interno. Ma andranno scelte bene e la loro presenza dovrà essere integrata a dovere per arricchire e non “appesantire” o fuorviare.

 

  • Ancora più sotto, alcune situazioni possono prevedere l’inserimento dei premi vinti o delle menzioni importanti. Una sorta di “dicono di me” che spesso si trovano nei best-seller, con le impressioni di scrittori famosi o di testate giornalistiche di rilievo.

 

  • A volte è persino auspicabile inserire riferimenti ad autori o libri a cui ci si è ispirati, ma occhio al trappolone dell’“autoincensarsi” di cui parlavamo prima.

Questi elementi non vanno messi necessariamente tutti.

Vanno scelti con cura.

E il modo migliore per capire come farlo è vedere cosa hanno scelto altri, per libri che già conosciamo. Così possiamo valutare i punti salienti su cui hanno preferito fare leva, e considerare se coincidono con il contenuto promosso e in che misura risultano efficaci.

Dunque, sono andata alla mia libreria nel corridoio e ho pescato a destra e manca fra i volumi.
Vediamo cosa può tornarci utile.

Partiamo da La storia infinita di Michael Ende.

Edizione: Tea libri 2011. In brossura.



Sotto al titolo, in prima di copertina, abbiamo una citazione dal testo.

Era ciò che lui aveva sognato tanto spesso e che aveva sempre desiderato: una storia che non dovesse mai avere fine. Il libro di tutti i libri.

Nella quarta, dall’alto, abbiamo la descrizione del libro, la biografia (con altri titoli consigliati e sito internet dell’autore) e le informazioni grafiche insieme al sito internet della casa editrice.
In basso, il prezzo da un lato e codice a barre/ISBN dall’altro.

Bastiano è un giovane goffo, e non è quel che si dice comunemente un «ragazzo sveglio», ma la lettura (e il termine è improprio, perché egli passerà alternativamente dal ruolo di lettore a quello di personaggio e di protagonista) di questo libro lo farà cambiare e farà cambiare la Storia stessa. Gli farà capire che il «fa’ ciò che vuoi» che sta scritto sull’amuleto ricevuto in dono non significa «fa’ quel che ti pare», ma esorta a seguire la volontà più profonda per trovare se stessi. Che è la strada più ardua del mondo. Il libro e Bastiano la percorreranno insieme, e il ragazzo attraverserà tutti i suoi desideri e passerà dalla goffaggine alla bellezza, alla forza, alla sapienza, al potere, fino a quando dovrà fermarsi…
Moderno romanzo di formazione, storia di un’anima, folgorante scoperta dell’amore, indimenticabile avventura, ma anche lungo viaggio nell’immaginario e itinerario nell’arte e nella mitologia, La storia infinita è uno dei grandi libri per tutti del nostro tempo che ha conquistato, avvinto e incantato generazioni di lettori.

Michael Ende (Garmisch, 1929 – Stoccarda, 1995), figlio del pittore surrealista Edgar, ha lavorato a lungo nel mondo dello spettacolo in veste di critico, attore e regista di teatro.
Con La storia infinita, apparsa per la prima volta nell’agosto 1979, ha ottenuto un immenso successo internazionale: tradotta di 40 paesi, ha venduto oltre 8 milioni di copie in tutto il mondo (oltre 600.000 in Italia). Tra le sue altre opere si ricordano Lo specchio nello specchio, La prigione della libertà, Momo, La notte dei desideri e Le avventure di Jim Bottone.
www.michaelende.de

Ok. Qui abbiamo un approccio da letteratura classica.

Una descrizione “filosofeggiante” della storia con pochissimi capoversi; una descrizione pubblicitaria che ne evidenzia il peso letterario, collocandolo nel pantheon dei romanzi (“ha conquistato, avvinto e incantato generazioni di lettori”); biografia che riprende la fama e la diffusione del libro; consiglio di altri titoli e sito internet.

Non segue esattamente tutti i punti che abbiamo valutato finora, ma questo è dovuto anche al carattere dell’opera stessa. In fin dei conti è un “classico”, e la scelta è quella di presentare il risvolto filosofico-emotivo, accanto alla sua fama.

Tutta questa quarta ci parla del “peso” che ha avuto e tutt’ora ha La storia infinita. Sia in termini di contenuti che di diffusione.
Badate che “peso” non è inteso come “pesantezza”.

Avanti il prossimo.

Lo hobbit, o la Riconquista del Tesoro di J. R. R. Tolkien.

Edizione: Adelphi 2012. In brossura.


In quarta, dall’alto, abbiamo una descrizione con citazioni dal libro, informazioni sulla copertina, prezzo e ISBN/Codice a barre. (La biografia dell’autore si trova nelle prime pagine, all’interno.)

 

Lo hobbit, che W. H. Auden ha definito «la più bella storia per bambini degli ultimi cinquant’anni», è il libro con cui Tolkien ha presentato per la prima volta, nel 1937, il foltissimo mondo mitologico del Signore degli Anelli, che ormai milioni di persone di ogni età, sparse ovunque, conoscono in tutti i suoi minuti particolari.
Tra i protagonisti di tale mondo sono gli hobbit, minuscoli esseri «dolci come il miele e resistenti come le radici di alberi secolari», timidi, capaci di «sparire veloci e silenziosi al sopraggiungere di persone indesiderate», con un’arte che sembra magica ma è «univocamente dovuta a un’abilità professionale che l’eredità, la pratica e un’amicizia molto intima con la terra hanno reso inimitabile da parte di razze più grandi e goffe» – quali gli uomini.

Anche qui, la scelta ricade sulla consistenza del romanzo in sé, piuttosto che sulle peculiarità della storia.

Si dà per scontato che tutti sappiano chi è Tolkien e che abbiano sentito parlare del libro, e quindi si ritiene sia superfluo parlare di cosa troveremo dentro, per lasciare che la fama dell’autore faccia da perno per l’acquisto. In questo genere di libri “classici” nessuno legge mai le quarte (per capire).
Basta semplicemente il titolo a invogliare all’acquisto. E l’unico motivo per cui si guarda dietro è per avere la conferma che sia davvero di quell’autore, nel caso in cui il titolo ci dica qualcosa, ma non immediatamente tutto.
La scelta di inserire le citazioni, qui, ha due valori: da una parte far assaporare il tipo di scrittura a cui andremo incontro leggendo, dall’altra inserire il parere al riguardo di un personaggio noto.

Nonostante venga declamato come un libro per ragazzi, i paratesti di questa edizione in alcun modo parlano ai ragazzi. Altrimenti si sarebbe scelto un altro tipo di linguaggio.
Qui si auspica che l’acquisto lo faccia un adulto che sa già esattamente cosa sta comprando. Diciamo “un ragazzo di altri tempi”, magari.

Prossimo!

1984 di George Orwell.

Edizione: Mondadori 2014. In brossura.


Nella quarta, dall’alto, abbiamo una citazione (che è anche usata come tagline), un testo persuasivo che fa leva sulle implicazioni derivate dalla scelta di leggere il libro, informazioni sulla copertina e su contenuti bonus del libro, prezzo e ISBN/Codice a barre.


Il grande fratello vi guarda.

Avete tra le mani la chiave di una stanza che racchiude, al suo interno, qualcosa di essenziale, ma ancora ignoto. Possiamo decidere di usare la chiave per aprire ed entrare; oppure, di non superare la soglia, di non vedere, di non sporcarci. Chi sceglie di entrare non potrà più tornare indietro, non potrà più fingere di non sapere, né dirsi innocente. Si farà carico di qualcosa di più di una colpa, si farà carico della verità, e della verità più terribile di tutte: quella sul Potere.

 

Questa quarta non ci rivela nulla della trama, ma stavolta sceglie di fare da perno sul come la lettura del libro ci cambierà. È un approccio che, in relazione a 1984, ha perfettamente senso perché è un po’ come trovarsi in mano le due pillole di Matrix. Ti mette davanti alla scelta del “sapere nonostante tutto” contro “ignorare volutamente la verità scomoda”.

Anche qui, possono farlo perché si può far leva sulla fama del libro in sé. E sul contraddittorio che ne scaturisce.

La persuasione è giocata sulla concessione di una verità segreta, sulla scommessa dell’essere pronti a sostenerne il peso.

Un altro tipo di classico: Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams.

Edizione: Mondadori 2016. In brossura con bandelle.



Nella seconda di copertina, testo di presentazione.
Nella terza di copertina, biografia senza foto, informazioni grafiche.
Nella quarta, dall’alto, citazioni iconiche da un’intervista all’autore.

 

Notare il bordo delle pagine. (E, no, non scherzavo a proposito dei segnalibri e delle bandelle…)

Seconda:

Lontano, nei dimenticati spazi non segnati sulle carte geografiche dell’estremo limite della Spirale Ovest della Galassia, c’è un piccolo e insignificante sole giallo.
A orbitargli intorno, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, si trova un minuscolo, trascurabilissimo pianeta azzurro-verde le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive da credere ancora che gli orologi da polso digitali siano un’ottima invenzione. Quel pianeta sta per essere distrutto, per lasciare il posto a una gigantesca circonvallazione iperspaziale…
Nata da una fortunatissima serie radiofonica trasmessa dalla BBC, la surreale “trilogia in cinque parti” di Adams con le assurde e irriverenti avventure di Arthur Dent e Ford Prefect, viaggiatori delle galassie, è considerata un capolavoro dell’umorismo britannico di fine millennio, un vero fenomeno di culto per migliaia di lettori che qui possono trovare riuniti in un unico volume tutti e cinque i romanzi.

 

Terza:

Douglas Noël Adams (1952 – 2001), laureato in lettere, ecologista, appassionato di scienze e filosofia, ha lavorato come sceneggiatore di serial radiofonici. Oltre alla Guida galattica per gli autostoppisti, è autore di una serie dedicata all’investigatore olistico Dirk Gently.
Dal 25 maggio 2001 si celebra ogni anno in suo onore il “Towel Day”.

 

Quarta:

«Mr Adams, cosa l’ha indotta a scrivere una “trilogia in cinque parti”?»
«Una pessima conoscenza dell’aritmetica.»

«La storia della Guida galattica per gli autostoppisti è ormai così complicata che ogni volta che la ripercorro mi contraddico da solo e quando riesco a imbroccarla vengo citato a sproposito. L’uscita di questo volume è quindi parsa l’occasione ideale per chiarire tutto, o almeno per distorcerlo in via definitiva.
Qualunque osservazione errata sarà fatta qui, io la considererò errata una volta per sempre…»
Douglas Adams

 

Qui abbiamo un po’ di tutto, ma sicuramente si fa leva su altri meccanismi rispetto ai titoli già visti.

Il testo nella SECONDA inizia (quasi) esattamente con l’incipit tratto dal libro.

E questo è peculiare perché la voce narrante è quella che fa da collante e caratterizza tutta l’opera. Ti catapulta direttamente nel tono di ciò che troveremo all’interno e dell’evento scatenante della storia: la Terra sta per essere distrutta per fare spazio a una circonvallazione iperspaziale.
Subito sotto si parla di come la Guida Galattica per gli autostoppisti sia nata dalla trasmutazione dalla radio e di cosa andremo a trovare dentro al volume.

Nella TERZA si fa accenno a quanto Adams abbia contribuito a costruire un immaginario, dato che viene persino menzionato il “Towel Day” che dalla sua morte viene indetto ogni anno. E viene aggiunto un breve accenno ad altre opere dell’autore.

Perfino nella quarta abbiamo un assaggio dell’umorismo da cui sorge la Guida Galattica. Fornito da un paio di citazioni di un’intervista.

Tutto l’insieme ci persuade a credere che comprando il libro troveremo un contenuto sui generis degno dell’umorismo dell’autore.

Che poi è proprio il punto di forza della sua lettura.

Man mano che la fama del libro cambia, anche la strategia nella quarta si modifica.
Negli esempi che abbiamo visto i libri non hanno “davvero” bisogno di presentazioni, perché più o meno tutti li conoscono per un verso o per un altro. (Almeno di nome.)

L’obiettivo è perlopiù impostato sul “sintonizzare” ciò che il libro può trasmettere con ciò che il lettore è disposto a ricevere, e confermare qualcosa che già potenzialmente si attestava intorno a un buon 75% di compatibilità preesistente.

Personalmente, quando ho comprato la Guida Galattica l’ho fatto perché qualcuno me l’aveva consigliata: «Nessuna persona intelligente può esimersi dal leggere la Guida Galattica.»
E quando sono entrata in libreria stavo cazzeggiando fra la narrativa fantasy e sci-fi, senza uno scopo preciso – tranne quello di impoverirmi sensibilmente, come tutte le sante volte.
La prima cosa che ho notato è stata che, a differenza di tutti i libri che aveva intorno, le pagine della Guida Galattica sbordavano. Non erano tutte perfettamente tagliate. Molte pagine avevano i bordi frastagliati, come quando pieghi un foglio e poi lo strappi seguendo la linea della piegatura.

Già solo questo particolare diceva a lettere cubitali: “Non sono come gli altri libri…”

E ogni cosa, nel resto della copertina, comunicava che questo libro era qualcosa di non convenzionale, di poco addomesticabile, che andava preso per come voleva manifestarsi nella sua stranezza.

Sì, è innegabile che i paratesti di questa edizione facciano emergere l’umorismo sfacciato del libro, perché è esattamente quello che lo caratterizza meglio. Ed era proprio la chiave giusta su cui far leva, secondo me.

E se vi state chiedendo se anche la questione del taglio delle pagine fa parte dei paratesti, la risposta è: sì.

La grana della carta, il font con cui sono scritte le parole, la gabbia dell’impaginazione, ognuna di queste caratteristiche, se fatte a dovere, contribuisce a costruire l’immagine identitaria del libro.

Il prossimo libro è famoso perché ha venduto tanto e ne hanno fatto un film.
E i suoi paratesti hanno giocato proprio sul quel fattore: il richiamo del film che può condurre il lettore in libreria, o che, se è già dentro, può catturare la sua attenzione, anche se non aveva esattamente idea di cosa comprare.

Mangia, prega, ama di Elizabeth Gilbert.

Edizione: Best BUR. In brossura.

 



Nella prima, dall’alto: risonanza mediatica, fotogramma preso dal fim, titolo, citazione da una recensione ricevuta.

Un caso editoriale da 10 milioni di copie nel mondo

“Il libro di una generazione di donne alla ricerca dell’autenticità.”
l’Espresso

 

Nella quarta, dall’alto: citazione, presentazione della storia, biografia senza foto con ulteriore titolo da poter leggere, ISBN/Codice a barre, riferimenti di copertina, sito internet della Casa Editrice, prezzo.

“Se c’è in circolazione un’autrice più piacevole, io non l’ho ancora incontrata. La sua scrittura è un mix di intelligenza, umorismo ed esuberanza. Irresistibile.”
The New York Times Book Review

Un bel marito, una grande casa a New York e una solida carriera come giornalista. A trent’anni Elizabeth ha tutto ciò che una giovane donna ambiziosa potrebbe desiderare, ma una notte si ritrova a singhiozzare sul pavimento del bagno, con l’unica certezza di non voler più quella vita apparentemente perfetta.
Un amarissimo divorzio, una tempestosa storia d’amore destinata a finir male e, in fondo, uno spiraglio di luce: uno spericolato viaggio alla scoperta di sé. Roma, India, Bali, tre tappe alla ricerca della felicità, che aiuteranno Liz a riscoprire i piaceri della tavola e dell’amicizia, della pace e della meditazione, ma soprattutto a ritrovare la speranza e l’amore.

Elizabeth Gilbert è giornalista e scrittrice. Ha collaborato con Esquire, GQ e The New York Times Magazine. È stata inserita da Time Magazine nella classifica delle 100 persone più influenti del mondo ed è autrice di racconti, romanzi e biografie, tra cui Giuro che non mi sposo.

C’è da notare una cosa interessante riguardo a questa quarta di copertina; anzi, facciamo due:
  • I paratesti di questo libro fanno leva sulle peculiarità dell’autrice, per creare un sentimento di fiducia nelle sue capacità di scrittrice.
    La descrivono come una donna dalla spiccata personalità, dedita al lavoro. È brava, intelligente ed esuberante e, a quanto dicono le sue esperienze lavorative, scrive moltissimo e in modo variegato, per diverse testate. Questa è una versione un po’ differente dell’“ho partecipato allo Strega con questo romanzo”, perché non si pone l’accento sul romanzo in sé, ma su chi l’ha scritto. Illuminata dall’occhio di bue c’è lei, non la storia.
  • Il testo di presentazione è scritto in modo da fare una panoramica generale sul percorso che farà la protagonista e non si limita a darci un input limitato delle sole premesse su cui poi sarà costruita tutta la trama.
    Infatti, il libro inizia con Liz che è già in Italia; ma quella è solo la prima delle tre tappe che farà, e che vengono nominate nella quarta.
    Per come è costruita questa storia, è necessario menzionarle perché in ogni luogo in cui la protagonista andrà riuscirà a sbloccare una parte di sé stessa.
    Quello che ci rimane da sapere da lettori è COME riuscirà a farlo, nonostante sappiamo esattamente DOVE la porterà il suo percorso.
    Perché il percorso geografico è meno importante di quello interiore, ma necessario per capire cosa ci troveremo a leggere.

In fin dei conti, il libro ci viene venduto come una ricerca dentro noi stessi, e sposta l’attenzione sul cosa la protagonista troverà alla fine (e come), sommando le esperienze del “viaggio”.

In più, vorrei soffermarmi un attimo su questa frase.

A trent’anni Elizabeth ha tutto ciò che una giovane donna ambiziosa potrebbe desiderare.

Notare che dice “potrebbe desiderare”, non “desidera”. Perché hanno valenze diverse. Il secondo caso metterebbe addosso alla protagonista uno stereotipo di genere. Un cliché. Quello della giovane indipendente che attraverso il lavoro raggiunge il traguardo di potersi sposare, avere una bella casa e un bravo marito, magari mettendo su famiglia.

Sì, lo so. È ambientata in America, in Italia è fantascienza avere un lavoro stabile che a trent’anni ti permetta di comprarti una casa e farti una famiglia… ma il punto è un altro.

Fai un percorso, perché in testa hai un obiettivo. E quell’obiettivo è dato da una serie di norme consuete che comunque ti incasellano. Che tu ne stia dentro o tu ne stia fuori.
Solo che avranno significati differenti.
Invece, l’eventualità che potrebbe desiderarlo anche se non è detto sgancia l’ipotesi del consueto, del dogma, per suggerire che la possibilità è molto plausibile, ma non necessariamente vera per tutte le donne in quella circostanza.
Vista la natura della storia, e i presupposti su cui è costruita (piange affranta in bagno perché vuole essere sposata e NON vuole essere sposata allo stesso tempo), e visto che è un prodotto probabilmente indirizzato maggiormente a un target femminile, è sempre cosa saggia cercare di stare lontano il più possibile da “etichette” che potrebbero far “indispettire”.

E che non promuovano l’idea del “tutte le donne sono così”. Qualunque cosa questo significhi.

Ovviamente, questo vale anche al rovescio: è sensato evitare anche tutte le etichette che indicano “tutti gli uomini sono così”, “tutti bambini sono così”, “tutti i polpi a tre teste sono così”… a meno che non sia vero e funzionale alla storia che è stata narrata.

Per esempio: “Tutti i procioni sono supereroi.”
È assodato, senza appello.

A parte gli scherzi, scegliere con cura le parole non può mai fare male.

E questa è un’ulteriore prova. Se c’è un modo più adeguato di un altro per far passare un concetto, usatelo. (Anche se non significa che dovete essere per forza politicamente corretti, anzi.)

In questo libro volevano far passare che c’è molto altro oltre la patina di una vita preconfezionata e all’apparenza perfetta, perché la storia lo richiede. Ed è quello il richiamo della sirena: sfogliare le pagine scritte da una donna che ha scelto di prendere una decisione difficile, sacrificando la “comodità” di un pilota automatico impostato per perseguire un viaggio probabilmente turbolento dentro sé stessa, per capire se oltre la tempesta ci fosse un orizzonte migliore.
Obiettivo raggiunto.

Da un caso editoriale all’altro.

Sopravvissuto – The martian di Andy Weir.

Edizione: Newton Compton Editori. Copertina rigida con sopraccoperta.



Nella seconda, testo di presentazione.
Nella terza, dall’alto, biografia con fotografia e sito internet dell’autore, riferimenti grafici della copertina, sito internet della casa editrice, prezzo.
Nella quarta, dall’alto, risonanza mediatica, citazioni di recensioni importanti.

Seconda:

Mark Watney è stato uno dei primi astronauti a mettere piede su Marte. Ma il momento di gloria è durato troppo poco. Un’improvvisa tempesta lo ha quasi ucciso e i suoi compagni di spedizione, credendolo morto, hanno abbandonato il pianeta rosso per fare ritorno sulla Terra. Mark si ritrova completamente solo su un pianeta inospitale e non ha nessuna possibilità di mandare un segnale alla base. E in ogni caso i viveri non basterebbero fino all’arrivo di una nuova spedizione. Nonostante tutto, con grande risolutezza Mark decide di tentare il possibile per sopravvivere. Ricorrendo alle sue conoscenze scientifiche e a una gran dose di ottimismo e tenacia, decide di affrontare un problema dopo l’altro senza perdersi d’animo. Fino a quando gli ostacoli non si faranno insormontabili…

 

Terza:

Andy Weir. Ha iniziato a lavorare come programmatore in un laboratorio all’età di 15 anni e da allora ha sempre lavorato come ingegnere del software.
Appassionato di ingegneria aerospaziale, fisica relativistica, meccanica orbitale, storia dell’esplorazione spaziale. Sopravvissuto. The martian è il suo primo romanzo. Per saperne di più: www.andyweirauthor.com”

 

Quarta:

Il bestseller tradotto in tutto il mondo da cui è stato tratto l’omonimo film per la Twentieth Century Fox
1 milione di copie vendute solo negli USA

«Ogni atto del protagonista è logico e dettagliatamente spiegato, è questo il segreto del successo del romanzo di Andy Weir.»
la Repubblica

«Una descrizione tra le migliori su come potrebbe davvero essere la vita su Marte.»
L’Espresso

«Una lettura obbligatoria.»
La domenica de Il Sole 24 ore

«Un esordio straordinario. Una storia avvincente che appassionerà non solo i lettori di fantascienza.»
Publishers Weekly

«La storia di un coraggioso Robinson Crusoe del ventunesimo secolo su Marte. Avvincente.»
Booklist

BONUS CORREZIONE DI BOZZA:

Visto che la situazione lo permette, e visto che difficilmente ne avrei parlato in maniera mirata in un articolo apposito, colgo l’occasione per porre attenzione su alcuni particolari che possono far comodo in fase di correzione di bozza. E in cui magari potreste incorrere.
Se notate bene, dopo ogni citazione abbiamo il nome della rivista da cui è tratta, e non sempre, anche se le citazioni finiscono con un punto fermo, il titolo della rivista viene scritto iniziando con il maiuscolo (o come si dice in gergo tecnico in “ALTO”).

Maiuscole e minuscole (o ALTI e BASSI) nei titoli delle riviste e nei brand sono una questione un po’ spinosa a cui bisogna fare parecchia attenzione.

In questo caso abbiamo un po’ di margine di manovra perché citazione e nome sono elementi “slegati” fra di loro dal legame interpuntivo.
Non avendo l’influenza diretta della punteggiatura, come invece sarebbe plausibile dentro a un contesto testuale diverso, possiamo inserire il nome della rivista ESATTAMENTE com’è.
Ad esempio: è la Repubblica e non La Repubblica.

Allo stesso modo, l’alto è anche sull’articolo “Il” (Il Sole 24 ore) e non solo sulla parola “Sole” (il Sole 24 ore).
(Qui però c’è inoltre da fare una parentesi doverosa: su alcune fonti è riportato anche come Il Sole 24 Ore o addirittura Il Sole 24 ORE. Quindi non è facile comprendere quale sia DAVVERO la versione giusta, anche considerando il fatto che viene menzionata una sezione specifica della rivista: La domenica de Il Sole 24 ore.)

Il caso de l’Espresso è analogo. Alcune fonti lo riportano la “L” alta e altre con quella bassa.
E allora che si fa? Come va scritto?

Si fa ricerca.
Nel caso che stiate scrivendo in autonomia scegliete la versione più corretta e mantenetela per tutto il testo, in modo che sia UNIFORMATO in tutte le sue parti.
Doppia attenzione se il nome in questione seguisse il punto fermo: in quel caso è chiaro che ci vada comunque la lettera maiuscola alla prima lettera.

Piluccavo svogliata le notizie dal quotidiano, bevendo il tè. Su la Repubblica si parlava di blablabla…

Piluccavo svogliata le notizie dal quotidiano, bevendo il tè. La Repubblica parlava di blablabla…

Nel caso in cui il testo fosse inserito in specifiche norme editoriali, o redazionali, informatevi su come prevedano (o preferiscano) che venga scritto il titolo.
Perché questo potrebbe tirare in ballo anche la formattazione delle parole stesse.
Qualcuno potrebbe volere tutti i titoli fra virgolette doppie alte, altri in corsivo, magari ci sono casi in cui vanno semplicemente in maiuscoletto o in grassetto.

Piluccavo svogliata le notizie dal quotidiano, bevendo il tè. Su la Repubblica si parlava di blablabla”

Piluccavo svogliata le notizie dal quotidiano, bevendo il tè. Su “la Repubblica” si parlava di blablabla”

Chiaro?
L’importante è fare attenzione e, in caso di dubbio, fare una piccola ricerca in merito, per scrupolo.

Dunque, la parola d’ordine su cui convergono tutti i paratesti di questo volume di Sopravvissuto. The martian è: competenza.

Sembra trasudare da tutte le parti, ancora di più rispetto alla sensazione di “grande successo”.

Proprio perché la fama del libro è dovuta alla grande competenza scientifica che l’autore ha dimostrato scrivendo la storia. E che gli è valsa “un esordio straordinario”. Questo è sottolineato come un pregio proprio perché è il primo romanzo di Andy Weir, che è emerso essendo uno sconosciuto come tanti, grazie al tam tam del pubblico.

E la somma di questo risultato è data proprio delle scelte coerenti che ha fatto compiere al suo personaggio. Perché è ciò che maggiormente dà sostanza, evidenziandola. Il lavoro di ricerca svolto si è tradotto in qualità e verosimiglianza.

(Se non ricordo male, Andy Weir pubblicava gratuitamente la storia a puntate su un sito. Molti dei suoi utenti ne erano così entusiasti che gli chiesero di metterla su Kindle; il romanzo portò così tanta attenzione che venne notato da una Casa Editrice che decise di acquisire i diritti dell’opera per poterla pubblicare.)

Qui, non potendo contare sulla fama dell’autore, o sull’iconicità della storia in sé, il testo di presentazione è costruito in modo da farci chiedere, e “poi che succede?”.

Che poi è la formula che più si avvicina a ciò che un esordiente potrebbe ragionevolmente scrivere.

Un’escalation di fattori, in un’ambientazione specifica e chiara (spedizione su Marte, viene dato per morto, i suoi compagni lo lasciano da solo), che ci portano a domandarci: e adesso come farà a sopravvivere? Cosa dovrà fare per riuscirci?
Cosa può capitargli in un pianeta deserto, tagliato fuori da ogni comunicazione e senza accesso a risorse vitali?

Questo genere di domande sono quelle che il lettore deve avere la curiosità di colmare.

Nonostante non siano scritte nel testo di presentazione, aleggiano comunque.

E il successo che ha avuto il libro e che la “potenza” comunicativa nei paratesti rafforza, ci dice che quelle domande troveranno risposte soddisfacenti e soprattutto plausibili.

Vediamo se ne pesco un altro, un po’ meno famoso.
Oh, sì. Ecco. Questo è interessante da vedere.

Sully di Jeffrey Zaslow sulla testimonianza di Chesley B. “Sully” Sullenberger.

Edizione: Harper Collins ~ Tascabili. In brossura.



Nella prima, dall’alto: frase di riconoscimento identificativa, titolo, autore (protagonista delle vicende), autore (ghostwriter).

La straordinaria testimonianza che ha ispirato il film diretto da Clint Eastwood e interpretato da Tom Hanks

Chesley B. “Sully” Sullenberger con Jeffrey Zaslow

Sì. Ogni volta che sotto al nome di un autore trovate un altro nome più piccolo unito dal “con” significa che quel libro l’ha scritto un ghostwriter.
Non che questa sia sempre l’unica evenienza. A volte il nome del ghostwriter non può apparire per chiari motivi di riservatezza stabiliti da contratto fra le parti, ma se ci fate caso vi accorgerete che moltissimi libri scritti da personaggi che non sono scrittori – tipo youtuber, calciatori o sportivi in generale, soubrette e influencer – sono stati messi insieme da persone che sanno scrivere, o che almeno conoscono le basi della scrittura.



Nella quarta, dall’alto: frase a effetto, testo di presentazione, biografia del personaggio, cenno biografico del ghostwriter, riferimenti grafici della copertina, sito della Casa Editrice, prezzo, ISBN/Codice a barre.

Nel momento del pericolo il fattore umano fa la differenza.

Il 15 gennaio 2009 il mondo intero è stato testimone di uno dei più spettacolari ammaraggi d’emergenza della storia dell’aeronautica civile, quello sul fiume Hudson. Quel giorno il comandante Sullenberger salvò la vita di centocinquantacinque persone. Senza saperlo, era diventato un eroe.
Ripercorrendo le tappe salienti della propria vita, da quando imparò a volare, solcando i cieli del Texas a bordo di un monomotore agricolo, fino agli anni nell’Aeronautica militare ai comandi dei potenti F-4 Phantom e al successivo passaggio all’aviazione civile, Sully racconta le esperienze che gli hanno permesso di mantenere la lucidità necessaria per affrontare quei momenti drammatici. Perché a dargli il coraggio di prendere quella decisione impossibile, sostiene, sono state le convinzioni e le virtù che ha maturato nel corso di tutta la vita, dalla disciplina al senso del dovere, dalla precisione al rispetto per gli altri, dalla fiducia in se stessi alla capacità di assumersi la responsabilità di coloro che ci sono stati affidati.

Chesley B. Sullenberger – Esperto di sicurezza aerea, è stato pilota, istruttore di volo e perito aeronautico. Attualmente vive con la famiglia nella San Francisco Bay Area.
Jeffrey Zaslow – Scrittore e editorialista del Wall Street Journal, è morto in un incidente nel 2012, a soli cinquantatré anni.

Questa quarta di copertina contiene molti degli elementi di cui abbiamo parlato, nell’ordine in cui “andrebbero” posizionati.

È un libro atipico, perché non è una storia di narrativa. È palese da come ci viene presentato ma, nonostante questo, ci fornisce il racconto di una vita legato a filo doppio a un evento che poteva essere una tragedia. Ci fornisce il “making of” di un eroe.
La prima frase è una di quelle a effetto.

Nel momento del pericolo il fattore umano fa la differenza.

Colpisce il lettore perché va a titillare quella parte di lui che “sente” che anche le sue scelte sono importanti. Che non importa quanto viva in una civiltà in cui tutti sembrano numeri e tutto si stia automatizzando, la scintilla di umanità individuale sarà sempre quel passo in più; quello che vale. L’uomo sa improvvisare con cognizione di causa e questo lo rende speciale.
Può farlo diventare un eroe.

Questo concetto è rafforzato anche nel testo di presentazione, in cui si fa una panoramica dell’avvenimento in causa per poi indugiare sul COSA ci sia dietro a un uomo qualunque che si trova a compiere inaspettatamente un gesto eroico.

Senza saperlo, era diventato un eroe.

Forse non è corretto dire “inaspettatamente”, perché poi il libro continua a esserci presentato come un viaggio nel retroscena, nella formazione umana che l’ha portato a essere quell’individuo speciale; necessario a compiere quelle specifiche scelte, di fronte a quelle specifiche circostanze.
Perché, dietro all’eroe, probabilmente c’è una persona che ha fatto un percorso che vale la pena di conoscere.

Quindi la quarta fa leva sul nostro senso di genuina curiosità al riguardo. Perché sotto sotto sappiamo che ci sono persone straordinarie e insospettabili.

Tutto questo ci riporta anche più o meno indirettamente al concetto di CASSETTA DEGLI ATTREZZI che abbiamo già tirato in ballo: tutti i passi che metti in fila nel tuo percorso concorrono a creare chi sei. In maniera univoca. A generare una specifica identità che è solo tua.

Quindi, qui, l’identità univoca su cui veniamo spinti ad avvicinarci al libro non è nei riguardi della storia in sé, ma quella nei confronti dell’uomo come individuo.

È interessante anche vedere che è stata inserita la biografia del ghostwriter, sicuramente come gesto per commemorare adeguatamente la sua morte. A riprova del fatto che ciò che lasci nel mondo, in qualche modo, non va perduto.

Andiamo con l’ultimo libro, che già mi sembra di aver ammorbato abbastanza. E non vorrei vi venisse in mente di andare a caccia di procioni per arrostirli sulla brace…

Assassin’s Creed. Rinascimento di Oliver Bowden.

Edizione: Sperling & Kupfer ~ Pickwick. In brossura.



Nella quarta, dall’alto: testo di presentazione, frasi di contesto, “biografia” (ma forse è meglio dire: cenni sull’autore) con sito internet, marchio da cui è tratta la NOVELIZATION, sito internet della Casa Editrice, riferimenti grafici di copertina, prezzo, ISBN/Codice a barre.

Firenze, 1476. Il giovane Ezio Auditore ha visto giustiziare il padre e i fratelli in seguito alle accuse montate dalla famiglia dei Pazzi. Scopre così di discendere dalla setta degli Assassini, la cui unica missione è distruggere l’Ordine dei Templari, dove militano proprio i Pazzi. Da quel momento e per anni, Ezio si aggira per l’Italia, silenzioso e invisibile, per uccidere i nemici a cui ha giurato odio eterno. Ma la sua guerra ha anche un altro obiettivo: ritrovare un misterioso Codice che potrebbe dare a chi lo possiede un potere incommensurabile.

Epico, affascinante, vertiginoso.
Il primo romanzo basato sul famoso videogame Assassin’s Creed.

Oliver Bowden è lo pseudonimo dello scrittore che firma la serie basata sul celebre videogame Ubisoft Assassin’s Creed. I suoi libri, pubblicati in Italia da Sperling & Kupfer, sono tutti bestseller internazionali.
www.assassinscreed.com

(Notare che l’indirizzo internet è stato scritto basso nonostante il punto fermo, perché non “appartiene” prettamente al discorso e si è preferito inserire la dicitura più corretta formalmente, dato che tutti gli indirizzi internet si scrivono minuscoli.)

Ok. Ho scelto questo libro perché il testo della quarta è abbastanza improntato sul contenuto della storia e poi per un altro motivo, che vi dico dopo.
Abbiamo il TEMPO e l’AMBIENTAZIONE in cui si svolge la storia, la Firenze rinascimentale, e poi ci viene presentata la situazione del personaggio e la fonte del conflitto che sta alla base delle sue scelte.
Sotto di quello, abbiamo una serie di aggettivi “promozionali” che “sanno” di citazione, ma sembrano di più una sintesi delle recensioni che ha ottenuto globalmente.
Insieme ad essi, abbiamo la spiegazione di cosa realmente rappresenti questo libro: la novellizzazione di un videogioco.
Sì, non succede spesso, ma succede.

Quando un altro tipo di “storytelling narrativo” diventa di grande interesse, a volte viene “ricodificato” per essere messo su carta.

In questo caso ha senso perché il videogioco di Assassin’s Creed ha una corposa narrazione alla base della storia in cui è immerso il personaggio del giocatore. Molto suggestiva per ambientazioni e CONCEPT (i Templari sono corrotti e la setta degli Assassini ha il compito di proteggere un bene superiore, pur passando da criminali da sconfiggere), ma accessibile solo a coloro che amano videogiocare.
Traducendolo in libro si dà la possibilità di ampliare il bacino di pubblico, pescando fra coloro che ne sono incuriositi, ma non interessati al gioco in sé.

Non è l’unico caso in cui è successo. Un caso illustre è, per esempio, quello che riguarda la saga cinematografica de I pirati dei Caraibi.
I film sono piaciuti così tanto che sono stati novellizzati.

Fa un po’ parte di quella psicologia inversa da lettori che ci porta a dire: “Se il libro da cui è tratto il film è sempre migliore, e se questo film mi è piaciuto così tanto, figuriamoci come sarà il libro da cui è tratto.”
Se il libro non esiste, perché il film è nato solo per andare sullo schermo, la NOVELIZATION colma un gap e porta pubblico aggiuntivo: quello interessato a sapere ciò che è rimasto sommerso oltre la trasposizione cinematografica.

Comunque, l’altro motivo per cui ho scelto Assassin’s Creed è che la quarta di copertina che è presente su internet è diversa da quella che è presente sul libro.

«Perché?»

Per esigenze diverse, dovute allo “spazio” sul supporto in cui sono inseriti i testi di presentazione.

Questo è il testo sugli store online.

Firenze 1476. Ezio Auditore ha diciassette anni, è figlio di un ricco banchiere alleato dei Medici, e trascorre molto del suo tempo insieme agli amici, tra divertimenti e bravate. Non ha un problema al mondo e si gode la vita. Ma quella giovinezza spensierata termina bruscamente quando la sua famiglia viene ingiustamente accusata di aver cospirato ai danni del governo. Suo padre e i suoi fratelli vengono giustiziati dopo che Uberto Alberti, un magistrato corrotto alleato dei Pazzi, distrugge le prove che inchiodano i veri responsabili. Solo Ezio, miracolosamente, riesce a sfuggire alla cattura. All’improvviso è costretto a diventare adulto: deve nascondersi, difendersi, proteggere la sorella e la madre. Ma vuole vendetta. Si rifugia dallo zio a Monteriggioni, il borgo fortificato in alta Toscana, e scopre così che il padre era in realtà membro della setta degli Assassini, che da secoli si contrappongono ai Templari, dove militano sia i Borgia sia i Pazzi. Da quel momento e per molti anni Ezio si aggira per l’Italia, silenzioso e invisibile ma non privo di amici, per uccidere a uno a uno i Templari, di cui il padre gli ha lasciato una lista; è aiutato da Leonardo da Vinci, che costruisce per lui armi sofisticate, e da Niccolò Machiavelli, anch’egli membro dell’ordine degli Assassini. Basato sul gioco Ubisoft Assassin’s Creed II, il primo libro di una serie epica, che al fascino della storia unisce la suspense del thriller.

(Mi rifiuto di scrivere “suspance” come è scritto sulla quarta originale… a proposito di correzione di bozze.)

Facendo un conteggio delle parole, solo questo testo è 235 parole. E se pensate che nella quarta del libro è stato inserito molto altro, ha senso valutare il perché ne sia stata fatta una versione più stringata per abbinarla al prodotto cartaceo.

Qui, valgono le stesse premesse, tranne quelle relative alla dinamica che ha generato la creazione del libro, che sono più accentuate sul cartaceo.
C’è un maggiore indugio sulle cause che portano Ezio a perseguire la lotta del padre rivendicandola come propria, partendo dal motivo della vendetta, e vengono chiamati in causa personaggi di lustro di cui ci intriga la possibilità che possano aver avuto un peso nelle vicende. Tipo Leonardo che si mette a fabbricargli le armi e Machiavelli stratega dell’ordine.

Questa quarta digitale ha un target probabilmente diverso da quello che orbita in libreria, e quindi cerca di far leva su tasti simili, ma non esattamente gli stessi.

Ovviamente, la quarta è importante anche per un libro digitale. A maggior ragione se non ha la sua controparte cartacea.

Ma già possiamo generalmente mettere in conto che coloro che comprano su internet non sono necessariamente quelli che comprano “solo” in libreria.
Probabilmente avranno specifiche diverse, proprio come clienti. E quindi anche i paratesti dovranno essere ricalibrati.

Per esempio, è molto difficile che un bambino prescolare o in età scolare compri in autonomia. Saranno gli adulti che gli stanno intorno che lo faranno per lui.
I paratesti dovranno avere una sensibilità ulteriore: saranno calibrati per far presa su di loro, non sui bambini, ma tenendo conto anche che il prodotto è destinato a qualcuno che non sono loro direttamente.
Oppure, con buona pace dei diversamente giovani digitali – che stimo moltissimo – da una certa età in poi è più difficile che si compri online.
Perché proprio svanisce il contatto diretto con il prodotto che puoi toccare con mano, e tutto si basa su una proiezione futura di ciò che avrai.

Sembra sciocco ma tenere in mano un oggetto che vuoi comprare ti dà un senso di rivendicazione proprietaria su di esso. L’ho preso, è mio. Ce l’ho fisicamente qui fra le dita. Ne sento il peso e la consistenza.
È per questo che nei negozi vi mettono nella condizione di servirvi da soli. Perché rivendicate il potere di acquisto su qualcosa che vedete e toccate.

A livello digitale, mancando questo fattore, quella che viene incentivata è la bramosia di poter rivendicare l’oggetto.

La sua mancanza nella sfera del vostro bisogno. E quella mancanza viene costruita perché a voi sembri tangibile. Concreta. Da colmare.

I paratesti digitali di un libro devono tenere conto anche di questo.
Devono parlare “anche” a quella parte manchevole. E devono a maggior ragione non creare “dubbi” inutili che rendano ancora più veloce il rigetto dell’acquisto.
Non mi fido, non posso verificare o toccare con mano, non lo compro.
Capite cosa intendo?
Capite la grana del substrato di cui stiamo parlando? E il livello fra conscio e inconscio in cui si muove?

Vi rendete conto che nessuno dei paratesti che abbiamo letto parla mai davvero SOLO della storia?

Prende spunto dalla storia, ma vi prepara a fruire voi stessi in relazione alla storia.
Vi racconta la VOSTRA parte in questo processo di acquisizione. Vi promette qualcosa che va oltre le semplici parole che ci sono scritte dentro.
Vi convince.
Appiana i vostri dubbi.
Vi aggancia.
Per un verso o per un altro.

E infine, già che ci siamo, mi sembra giusto mettere sul piatto il motivo per cui SINOSSI a QUARTA DI COPERTINA vengono confuse spesso.
E il perché risiede nella loro radice comune: informare e incuriosire.

La quarta, come abbiamo visto, deve convincere il lettore potenziale, e quindi è rivolta verso un target di persone che non sa nulla della storia e che vuole scoprire cosa troverà dentro al libro.
Ha bisogno della sorpresa, della meraviglia, delle emozioni che ci troverà dentro perché avrà voglia di specchiarcisi dentro.

La SINOSSI deve informare e convincere l’editore a cui presentate il dattiloscritto per la potenziale pubblicazione.

È vero che anche l’editore deve emozionarsi per il vostro testo. Chi seleziona un testo in una Casa Editrice o in un’agenzia letteraria è un LETTORE TECNICO.
Non si fa abbindolare dalle frasi a effetto. Con lui non potrete barare.
Lui ha bisogno di capire se il vostro testo ha le carte per poter emozionare gli altri al punto di essere un investimento che valga la pena di prendersi in carico.
L’editore vuole sapere tutte le svolte, tutti i colpi di scena, oltre a capire l’atmosfera, il senso, l’ambientazione e il tempo in cui si svolge la trama.

Dovete convincerlo che il ponte che deve colmare con la storia lo rappresenta.

Come linea editoriale e come idea alla base del suo senso di concezione di una storia.

Questo argomento vale davvero un articolo a sé e non ha senso comprimerlo qui.
Però era giusto darvi un accenno del motivo per cui ogni paratesto ha la propria funzione in relazione a coloro verso i quali è rivolto. Non solo al tipo di prodotto a cui è legato.

Immagino che ora risulti più palese il perché sia utile appoggiarsi a un professionista che si prenda cura dei vostri paratesti.
Però, se decidete di fare da soli può essere una grande occasione per imparare qualcosa. Perché aver ragionato sulla vostra quarta vi ha costretto a ragionare in modo approfondito sulla storia, sul target a cui è diretta, su di cosa parli davvero, su quali meccanismi umani si appoggi, su quali siano le parole giuste per esprimere quel concetto, e sul perché sia giusto usarle. Su chi siate voi, su come sia giusto gestire spazi e parole, su cosa debba esserci.
Insomma, è un’occasione per imparare qualcosa di più su voi stessi e su ciò che avete scritto.
E questo non è mai un male.

Per quello che posso aggiungere, posso consigliarvi di far leggere le vostre quarte di copertina a qualcuno che conoscete, e di cui vi fidate.
Non chiedetegli solo cosa ne pensa del testo in sé, ma cosa si aspetterebbe da un libro con quella presentazione.
Potrebbe aiutarvi a calibrare il testo, per ottenere una chiave il più aderente possibile a ciò che vi eravate prefissati.

Avete degli esempi interessanti?
Fateceli conoscere.

#ImpariamoInsieme 

#Paratesti  #Quarta di copertina

#Bandelle  #Tagline

#Cassetta degli attrezzi

© Redazione Coffa ~ Erika Sanciu. Tutti i diritti riservati.

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