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Dunning-Kruger
DALLA COFFA CON FURORE,  IMPARIAMO INSIEME

UMILTÀ O SUPERBIA?

DA QUANDO SONO DIVENTATI SINONIMI CONTRAPPOSTI DI IGNORANZA E COMPETENZA?

[…]
«Sei superba. È questo il vero problema. Si vede in tutto quello che dici e nel modo in cui ti poni.»

Olè! Fiesta! Fate partire il trenino, ragazzi!
Ma prima del “Peppépeppépeppé” con la trombetta in bocca, togliamoci sto dente.
Eccomi qui: sono io la superba.
Piacere di conoscervi.

Ma lo sono davvero?
So che questo post potrebbe essere un’arma micidiale a doppio taglio ma mi gioco la carta del “Giudicatelo voi.”
Ho pure “Esci gratis di prigione” nel risvolto della manica, sappiatelo.

Comunque, voi quanto pensate di essere competenti in ciò che fate?
E quanto avete approfondito l’argomento per definirvi tali?

Ultimamente non si fa altro che parlare di questo “famoso” Effetto Dunning-Kruger. Lo conoscete?

Attenti, ora parte la supercazzola:
È una DISTORSIONE COGNITIVA per la quale chi è poco esperto (in uno o più settori) tende a sopravvalutare le proprie abilità o competenze, autovalutandosi erroneamente esperto in quel campo, e manifestando anche una spiccata supponenza. Ma coinvolge anche chi è davvero competente. Colui che ha reale conoscenza tenderà a sottovalutare le proprie competenze, sottostimandosi.

I due psicologi sostengono che molto (troppo) spesso, coloro che non sanno niente hanno la pretesa di argomentare sciocchezze a coloro che realmente conoscono un argomento, e per contro, coloro che ne sanno davvero, spesso tendono a sottovalutarsi riguardo all’argomento stesso e a tacere, presi dai dubbi (e anche dall’inutilità di confrontarsi con chi non riesce, o non vuole capire).

L’errore cognitivo lo fanno entrambi: nel primo caso è rivolto verso sé stessi, nel secondo viene da una valutazione sbagliata, al rialzo, sugli altri.

Insomma, è chiaro: Erroneamente, o si pensa che gli altri siano inferiori a noi, o si pensa che siano superiori.

Eccovi, già con i forconi in mano, eh?
Allora sono davvero superba! Se me l’hanno detto, deve essere così, no?

Beh, questo dipende da quello che so, o non so. E da ciò che dico di sapere.

Perché la cattiva notizia è che siamo TUTTI affetti dal Dunning-Kruger, su un fronte o sull’altro, ma la buona è che c’è rimedio (anzi, ce ne sono almeno un paio…).

«Io so di non sapere» diceva il nostro vecchio amico Socrate, e lo diceva perché chi conosce abbastanza un argomento sa anche che, oltre a ciò che sa, c’è molto altro che non conosce, anche sull’argomento stesso.
È un po’ quel motore per il quale, quando approfondisci qualcosa, ti rendi conto che l’approfondimento aumenta di mole man mano che acquisisci le informazioni. Aumentano le variabili, aumentano le casistiche, aumentano le sfumature, aumentano le applicazioni e le implicazioni. Aumenta tutto. Dubbi compresi.
Perché non si smette mai di imparare, e soprattutto si scopre una certa interconnessione argomentativa che collega moltissimi settori, a volte anche distanti fra loro.
E quindi il giochino si decuplica e si fa molto più interessante. Perché ogni piano cognitivo occupa uno spazio che si interseca con gli altri e crea zone d’intersezione in cui c’è margine per far fiorire un pensiero trasversale e far proliferare il NUOVO.

Le persone talentuose sono quelle che sono recettive al riguardo, che hanno una mente curiosa ed eclettica, e che sono in grado di inserirsi agevolmente in questi varchi cognitivi, riuscendo a passare dall’uno a l’altro facilmente come dei Jumper (no, non i maglioni. Non ve lo ricordate il film?), creando nuove connessioni alternative e plausibili, in modo che abbiano influenze reciproche stupefacenti.

Ma questo come inficia la SCRITTURA?

Così:
Se ho bisogno di migliorare il mio modo di scrivere fallo decidere a me” diceva l’autore medio restio allo studio e resistente all’apprendimento.

Ma anche così:
Ho ancora molta strada davanti per scrivere come vorrei, ma ogni giorno imparo qualcosa” diceva un altro tipo di autore.

Spesso e volentieri si sente l’esigenza di parlare di un bisogno deciso di UMILTÀ applicato agli autori esordienti, che non è necessariamente una premessa sbagliata; ma non si parla quasi mai di CONSAPEVOLEZZA. O se lo si fa, si tende a farla passare in secondo piano.

In realtà, le due cose sono effettivamente molto vicine concettualmente e dovrebbero andare a braccetto, perché da una consapevolezza concreta nasce l’umiltà del sapere che si ha un lungo percorso ancora davanti.
Ma chi è consapevole sa anche qual è il proprio limite reale (anche se viziato dal rovescio del Dunning-Kruger), ed è quindi più incline anche a riconoscere chi non lo è.

Se lo fa presente, automaticamente per gli altri passa sul fronte nemico del “ma-chi-ti-credi-di-essere” e del “ti-ritieni-migliore-di-me”.
Capito il trappolone?

Superbia e umiltà hanno valenze stratificate e viziate, in base al contesto in cui vengono inserite e al punto di vista da cui vengono argomentate.

Sono superba se ritengo che chi si fregia di non voler imparare un katsø è dotato di un “sistema cognitivo limitato”?

Può darsi.

Dal mio punto di vista non mi importa molto di sottolineare chi sa cosa e quanto ne sappia. Non me ne frega proprio nulla, perché non porta a niente. È una perdita di tempo enorme, che potrebbe essere impiegato a fare altro di più costruttivo. Come per esempio condividere ciò che si è imparato sperando che a qualcuno possa essere utile.

Avete mai visto Pleasantville? (Mica l’ho scelta a caso l’immagine del post…).

È un film del 1998 con Tobey Maguire e Reese Whiterspoon che mi ricorda che sono anziana (o sulla buona strada, visto che è un film di venti anni fa), e che la CONSAPEVOLEZZA FA PAURA.

Nel film, che vi consiglio, i due protagonisti si ritrovano in una sitcom in bianco e nero, ambientata negli anni cinquanta e stereotipo del sogno americano. In una cittadina infarcita di apparenze e di morale bigotta, i due ragazzi “a colori” si ritrovano a instillare, più o meno consapevolmente, negli altri personaggi un accenno di colore che li porterà a liberare la loro individualità, uscire dalla comfort zone di ciò che ritenevano consueto o consono, e di trasformarsi a loro volta.

C’è un passaggio che mi è sempre piaciuto e che mi ha sempre fatto riflettere. La paura dell’altro da sé.

Quando le prime persone cedono ai colori, gli altri se ne chiedono i motivi e ne cercano le motivazioni, affascinati dalla “stranezza”, ma volenterosi di fornire un rimedio per tornare a come si era prima.
Se prima andava tutto bene, questa nuova strana manifestazione incuriosisce, ma va corretta, per ripristinare l’ordine iniziale. Come se fosse una sbandata maldestra da riportare adeguatamente in carreggiata.
Quando la consapevolezza individuale portata dal colore comincia a diffondersi sempre di più, la curiosità viene soppiantata dall’ostilità: è un problema e va risolto. Troppa gente sta sbandando attirata da ciò che c’è ai lati della carreggiata.
Perché se io che sono sempre stato monocromatico e sono una brava persona, perché sono consapevole di esserlo da sempre, mi trovo davanti a qualcuno che mi dice che il multicolore è la parte intima migliore di ognuno di noi, e che per liberarla bisogna essere consapevoli, la mia reazione è il rifiuto.
Lui si sbaglia. Io vado benissimo così. Sono SEMPRE andato bene così. La strada che ho percorso finora lo testimonia.

Il fatto è che si può sapere ciò che si sa, ma non si può immaginare cosa non si sa.
E non esiste un interruttore o una formula universale per la CONSAPEVOLEZZA INDIVIDUALE (tranne forse mettersi in condizione di acquisire la volontà di capire), visto che non è comunque una sola. Si può essere molto consapevoli su un determinato argomento, ma molto poco in altri.

Nessuno ne è immune, nemmeno io ovviamente.

Comunque, tornando al film, la parte conservativa dei personaggi comincia ad avere paura dei multicolore, e ad aggredirli. A fare muro contro di loro per proteggere ciò che “è sempre stato”, perché il nuovo è una minaccia.

Capite quanto questo sia dannoso in ogni ambito culturale, sociale e artistico?

Per ogni nuova persona che apre gli occhi su un argomento ce ne saranno sempre almeno dieci pronte a dirle che si sbaglia, che il nuovo non serve, e che nella sua nuova consapevolezza è presuntuosa.

Eccolo lì, il ribaltamento del Dunning-Kruger: quello che viene ritenuto saccente, in realtà è solo uno che si è liberato da un paraocchi e che adesso ha una visuale diversa, con una gamma diversa di sfumature.

Lo sapete che i fiori che noi vediamo gialli, le api li vedono anche fucsia?
Attingono a una gamma diversa di frequenze e percepiscono i colori in maniera diversa. A loro serve perché il loro obiettivo è trovare i fiori e la Natura le ha dotate di un sistema più efficace di riconoscimento ed evidenziazione.

Dov’è l’errore vero del consapevole?

Sta nel linguaggio comunicativo. Ergersi a messia bacchettando gli altri, e sminuendo chi non ha i requisiti per valutare correttamente la veridicità di ciò che sostiene, non avvicina gli ignari all’argomento ma anzi allontana anche quelli che avevano un accenno di curiosità.
Tante buone idee, tante buone tecniche, tante buone opportunità vengono relegate a una nicchia di pochi eletti perché spesso, chi apre gli occhi, si stanca di dover combattere contro mareggiate di imbecilli che continuano a belare infamie e stupidaggini, impuniti e contenti.

Una comunicazione efficace è quella che è comprensibile, semplice e rivolta a tutti. Come una frequenza radio in attesa di avere qualcuno che smanetta sulle manopole dello stereo per captarla. (Sì, è chiaro che sono decisamente vecchia dopo questo esempio, oramai devo rassegnarmi).

Perché ogni stanza vuota non lo è mai per davvero. In ogni istante veniamo attraversati da frequenze che dobbiamo solo essere in grado di captare, sintonizzando bene le nostre antenne interiori.

Ognuno capti le proprie e sviluppi le antenne in modo che possano raggiungere sempre maggiori impulsi e suoni.
Solo in questo modo potrà rendersi conto della vastità di ciò che gli era precluso prima e ogni passo lo avvicinerà sempre di più a una consapevolezza concreta e solida.

Per l’effetto Dunning-Kruger esistono alcuni modi per venirne a capo, anche se parzialmente.

Oltre a dubitare di chi non ha mai dubbi, la prima è continuare a studiare, approfondire, interessarsi, informarsi, leggere: insomma ampliare il bacino di competenze. Perché solo così innalzeremo il livello di ciò che possiamo capire e saremo pronti per il passo numero due che è: avvalersi e circondarsi di persone che davvero possono darci dei feedback validi, concreti, e oggettivi, anche se non ci piacciono. Perché è l’unico modo per attenuare il rovescio dell’effetto.
Avere l’umiltà di non definirli superbi per aver condiviso un pezzetto della conoscenza che hanno acquisito, perché quasi certamente l’avranno fatto per il bene della vostra crescita personale.

Non si possono obbligare le persone a essere migliori o più consapevoli.
Ma si può irradiare la propria consapevolezza in modo sano, in attesa che un occhio attento possa coglierne il colore evidenziarsi nel grigio che lo circonda.

E adesso una bella conversazione-tipo, estrapolata da varie conversazioni avute sullo stesso stampo.

«Sai, onestamente credo che il bilanciamento delle informazioni inserite sia in difetto rispetto alla lunghezza di ciò che hai scritto. Rischi che si perda il senso di ciò che volevi dire nello scavare fra ciò che è utile davvero e ciò che non lo è. Una maggiore chiarezza di informazioni avrebbe attenuato l’approssimazione e l’effetto sarebbe stato diverso, più accentuato e diretto. Sicuramente è potenziabile».
«L’ho scritto appositamente così perché volevo un effetto fresco e perché è rivolto a persone che si approcciano per la prima volta all’argomento.
«Sì, ok, ma per esempio, in questo punto dai questa informazione, che è facilmente fraintendibile se una persona è nuova all’argomento. Bisogna fare attenzione con certe cose».
«Questo lascialo decidere a me. Il tuo è un parere soggettivo».
«Ti dico quello che ho notato solo perché magari può esserti utile».
«Pareri di questo tipo potrei accettarli solo da qualcuno che è oggettivamente migliore di me».
«Scusa, ma qual è il problema? Cosa ho detto di così male?».
«Sei superba. È questo il vero problema. Si vede in tutto quello che dici e nel modo in cui ti poni.»

Su quale lato del tavolo volete giocarvi la carta del “giudicate voi”?
E su quale lato del Dunning-Kruger siete?

#DallaCoffaConFurore    #ImpariamoInsieme

#consapevolezza     #umiltà     #superbia
#DunningKruger

#StrappateviIlGrigioDiDosso
#IColoriSpaccano

 

© Redazione Coffa ~ Erika Sanciu. Tutti i diritti riservati.

Dunning-Kruger
un meme al giorno toglie il medico di torno

© Redazione Coffa ~ Erika Sanciu. Tutti i diritti riservati.

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