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LINE EDITING: UNA DIMOSTRAZIONE DEL LAVORO FRA AUTORE E EDITOR

«Ma perché dovrei permettere a qualcuno di mettere mano al mio testo? Voglio dire, perché mi si deve considerare incapace di scrivere un testo come si deve? Perché tutti pensano che debba avere qualcuno che mi supporta quando io sono perfettamente in grado di scrivere come voglio e cosa voglio? Perché devo dare i miei soldi all’editor? Serve davvero che lo faccia se poi voglio candidare il testo a una casa editrice?»

Queste sono alcune delle domande che molti autori emergenti si fanno. Anche se non sono le uniche.

Di fatto, la “paura” dell’editing è molto ampia, soprattutto fra quelli che non si sono mai trovati davvero a farne uno.
C’è la convinzione diffusa (ma non si sa bene da chi…) che un editor prenda un testo e, con la matita rossa, segni quello che non gli torna mettendosi a cambiare frasi, paragrafi e capitoli a proprio piacimento. A proprio gusto e sentimento, snaturando la scrittura dell’autore.

E questa convinzione è anche rafforzata dal fatto che gli editor si fanno (giustamente – nella maggior parte dei casi) pagare. In fin dei conti fanno un lavoro ed è implicito che venga retribuito. Ma, per svariati motivi, molto spesso passano erroneamente per truffatori che si approfittano di autori boccaloni.

(Di quelli che si fanno pagare pur non sapendo fare questo o un qualsiasi altro lavoro ne parliamo a parte, perché quelli meritano un girone dell’inferno tutto loro.)

Comunque, partendo dal fatto che ci troviamo davanti a un EDITOR che possa essere chiamato tale, cosa dobbiamo aspettarci da lui?
Cosa farà al nostro testo?
Di cosa dobbiamo avere paura?

L’unico modo per farvelo capire, è farvelo vedere.

Perché lo “Show, don’t tell” funziona su tutto. Ne sono sempre più convinta.
Ed è l’unico modo per dissipare le paure di tutti. (O per amplificarle… ma almeno in maniera inequivocabile.)

Così, mi è capitata per le mani un’occasione ghiottissima per farvi entrare dentro un processo di LINE EDITING e ho deciso di metterla a frutto. E per questo ringrazio James F. L. Keeric che ha acconsentito a mettere a disposizione il prologo del suo libro e a condividere il processo di editing che abbiamo affrontato insieme.

Facciamo un passo indietro, così vi do un po’ di contesto:
Dopo aver pubblicato il primo volume de Gli amanti di Sisifo intitolato La singolarità dell’asteroide binario, e dopo averlo fatto editare da Diego di Dio e averlo pubblicato in Self Publishing, James ha deciso di farne una versione per ragazzi.
Così ha pensato di attuare alcune modifiche al testo per adeguare meglio la storia al target di riferimento.

Questi cambiamenti hanno comportato l’inserimento di alcune scene, che avevano bisogno di essere integrate nel romanzo.

E una di queste è proprio il prologo.

Quindi, al netto del fatto che già tutta la storia era stata lavorata sotto il punto di vista della STRUTTURA, dei CONFLITTI, dei PERSONAGGI, e di una propria COESIONE e COERENZA INTERNA, quello che rimaneva da fare era potenziare le nuove parti e renderle omogenee con il resto.

Ed è questo che vi farò vedere in questo articolo.

Il processo di modifica e di collaborazione che ci ha condotti dalla prima stesura del prologo, fino alla versione che è stata inserita nella pubblicazione.

Non lo faccio per soffermarmi su COSA nello specifico io abbia segnalato o meno, o sulla natura di COSA James abbia scritto, ma per mettere in evidenza che l’editing è un lavoro a due. E di COME questo si manifesti fra le parti.

Non per entrare nel merito degli interventi fatti, ma per farne emergere la natura.

Quella di ponte fra due persone che ragionano in termini di comunicazione applicata alla scrittura, e nell’ottica di un potenziamento.

Ricordatevi che: Un bravo editor non pensa di avere potere su un testo o su un autore. Un bravo editor sa che è al servizio di un testo.

Tenetelo a mente e verificate che abbia tenuto fede a questo assunto. Perché quella è una grande differenza d’intenti.

Ok. Cominciamo.

Pronti, partenza, via!

Questa è la versione vergine del prologo scritta da James:

Prologo
Jack

Jack guardò il portellone della camera d’equilibrio aprirsi, quel movimento, ora, gli sembrava di una lentezza estenuante.

Non ne attese l’apertura completa, vi si infilò di lato strisciando con la schiena sullo stipite.

«Al diavolo!» disse oltrepassando quella soglia.

Jack era convinto che lì fuori, da qualche parte, vi fossero risposte che stava cercando. Fece due passi in avanti trascinando le reti con quello che si era portato. Una sensazione di angoscia insistente lo avvolse. La sentiva ovunque, allo stesso modo del vuoto assoluto che c’era lì, intorno a lui.

Alle sue spalle il portellone si richiuse senza rumore. Se non fosse stato per il bip della sua tuta quel passo sarebbe stato silenzioso.

Non stava lasciando una ragazza, non ne aveva mai avuta una. Non stava lasciando un padre e una madre, non li aveva mai conosciuti. Stava lasciando delle persone che gli avevano voluto bene, ma tutto si apriva e si chiudeva in quel semplice contesto. E a lui, quello, non bastava più.

Jack deglutì quella sensazione di sbagliato che aveva accompagnato ognuno dei suoi tentativi di fuga, prese le due reti piene di roba che aveva con sé e le spinse sulla chiglia di quella vecchia nave. Titans, gli sembrava si chiamasse. Aveva poco tempo prima che gli operai iniziassero a lavorare e che il vecchio Ferdinad si occupasse della manutenzione di quella nave. Doveva fare in fretta, questa volta doveva riuscirci.

Jack avanzò agganciandosi con gli stivali magnetici allo scafo, dirigendosi, spedito, verso il portellone di manutenzione che aveva individuato. Si guardò intorno, le luci della base iniziavano ad accendersi, le gru esterne a muoversi. Sullo scafo dell’astronave ancorata all’hangar vicino, lo scintillio di una saldatrice stava a indicare che i lavori erano già iniziati. Alzò la testa. Sopra di lui la Terra si muoveva lenta, mostrando il continente africano ancora parzialmente avvolto nel buio. Sotto di lui, oltre il bordo della nave, scorgeva gli anelli abitativi della base che ruotavano. Lo stavano facendo ininterrottamente da oltre un secolo.

Arrivò davanti al portellone di manutenzione: quelle vecchie navi ne erano piene, ed era facile manometterli. All’equipaggio sarebbe sembrato un piccolo guasto momentaneo, il contatto casuale di un sensore difettoso, come tanti altri doveva averne quella vecchia astronave.

Jack si inginocchiò, prese la maniglia di apertura e iniziò a girarla. Osservò con attenzione la luce di segnalazione, appena si spense si fermò. Richiuse di qualche giro la maniglia fino a farla riaccendere. Prese la chiave universale, smontò l’alloggiamento del led e bypassò il segnale del sensore di chiusura del portellone: all’interno sarebbe sembrato tutto chiuso anche se quel portellone fosse stato aperto. Jack richiuse tutto e ricominciò a ruotare la maniglia. La luce si spense ma ora sapeva che per l’equipaggio la luce sarebbe risultata accesa. Aprì il portellone, guardò all’interno. Dava sull’intercapedine tra la chiglia e la parete interna della nave. Uno strato d’acciaio di quattro centimetri di spessore lo proteggeva dall’esterno, e una parete di metallo più sottile, ma con trenta centimetri di isolante, lo separava dall’interno: lì in mezzo sarebbe stato bene. Lanciò dentro le reti con i viveri e le bombole d’aria che avrebbe utilizzato per pressurizzare quello spazio appena la nave fosse partita, poi chiuse il portellone.

«Andate tutti al diavolo!» gridò dentro la sua tuta.

Ascoltò l’eco di quell’urlo rimbalzare nella sua mente, sperando che questo sciogliesse quell’angoscia che continuava a rimbombargli nelle budella.

Stai facendo la cosa giusta, si disse.

Ora doveva solo aspettare che quel rottame si mettesse in viaggio, questa volta non l’avrebbero beccato.


Che ne pensate?

Ricordate che, essendo il prologo, in questo caso è anche l’INCIPIT del romanzo: il primo passo che ci conduce al suo interno. Ha una funzione ancora più importante nella storia, perché deve dare una proiezione di ciò che io ci troverò potenzialmente all’interno. Sia in termini di fruibilità del testo che di elementi d’interesse personale. (Ma magari sugli incipit ci torniamo meglio un’altra volta, perché è un discorso un po’ ampio.)

Dunque. Il primo vero problema di questo prologo era che Jack veniva fuori diverso da come era nel resto del libro. (E io lo sapevo, perché il resto del libro l’avevo letto. Sennò non avrei potuto dirlo.)
Veniva fuori un adolescente ribelle e “incazzoso”, quando invece le sue intenzioni primarie erano ben diverse. L’intento della fuga non era per senso di ribellione fine a sé stesso, ma per necessità di accesso a risposte che nel luogo in cui si trovava non poteva ottenere.
Quindi la fuga non doveva sembrare come una “chiusura” nei confronti di coloro che erano nella base, ma doveva emergere come una necessità di “apertura” verso l’ignoto. Da perseguire anche a costo di andarsene da coloro a cui teneva.

Queste sono le prime considerazioni che ho fatto al riguardo:

 

(ATTENZIONE: Da qui in avanti il testo sarà formattato in modo da avere da una parte il brano e accanto la colonnina gialla con i commenti. Se leggete l’articolo dal TELEFONO, ruotate lo SCHERMO in ORIZZONTALE, altrimenti non riuscirete a visualizzare bene i contenuti.)

 

 

Prologo
Jack

Jack guardò il portellone della camera d’equilibrio aprirsi, quel movimento, ora, gli sembrava di una lentezza estenuante.(1)

Non ne attese l’apertura completa,(2) vi si infilò di lato strisciando con la schiena sullo stipite.

«Al diavolo!»(3) disse oltrepassando quella soglia.

Jack era convinto che lì fuori, da qualche parte, vi fossero risposte che stava cercando.(4) Fece due passi in avanti trascinando le reti con quello che si era portato.(5) Una sensazione di angoscia insistente lo avvolse. La sentiva ovunque, allo stesso modo del vuoto assoluto che c’era lì, intorno a lui.(6)

Alle sue spalle il portellone si richiuse senza rumore. Se non fosse stato per il bip della sua tuta quel passo sarebbe stato silenzioso.

Non stava lasciando una ragazza, non ne aveva mai avuta una. Non stava lasciando un padre e una madre, non li aveva mai conosciuti.(7) Stava lasciando delle persone che gli avevano voluto bene, ma tutto si apriva e si chiudeva in quel semplice contesto. E a lui, quello, non bastava più.

Jack deglutì quella sensazione di sbagliato che aveva accompagnato ognuno dei suoi tentativi di fuga, prese le due reti piene di roba che aveva con sé e le spinse sulla chiglia di quella vecchia nave.(8) Titans, gli sembrava si chiamasse. Aveva poco tempo prima che gli operai iniziassero a lavorare(9) e che il vecchio Ferdinad(10) si occupasse della manutenzione di quella nave.(11) Doveva fare in fretta,(12) questa volta doveva riuscirci.

Jack avanzò agganciandosi con gli stivali magnetici allo scafo, dirigendosi, spedito, verso il portellone di manutenzione che aveva individuato. Si guardò intorno, le luci della base iniziavano ad accendersi, le gru esterne a muoversi. Sullo scafo dell’astronave ancorata all’hangar vicino, lo scintillio di una saldatrice stava a indicare che i lavori erano già iniziati. Alzò la testa. Sopra di lui la Terra si muoveva lenta, mostrando il continente africano ancora parzialmente avvolto nel buio. Sotto di lui, oltre il bordo della nave, scorgeva gli anelli abitativi della base che ruotavano. Lo stavano facendo ininterrottamente da oltre un secolo.(13)

Arrivò davanti al portellone di manutenzione: quelle vecchie navi ne erano piene, ed era facile manometterli. All’equipaggio sarebbe sembrato un piccolo guasto momentaneo, il contatto casuale di un sensore difettoso, come tanti altri doveva averne quella vecchia astronave.(14)

Jack si inginocchiò, prese la maniglia di apertura e iniziò a girarla. Osservò con attenzione la luce di segnalazione, appena si spense si fermò. Richiuse di qualche giro la maniglia fino a farla riaccendere. Prese la chiave universale, smontò l’alloggiamento del led e bypassò il segnale del sensore di chiusura del portellone: all’interno sarebbe sembrato tutto chiuso anche se quel portellone fosse stato aperto. Jack richiuse tutto e ricominciò a ruotare la maniglia. La luce si spense ma ora sapeva che per l’equipaggio la luce(15) sarebbe risultata accesa. Aprì il portellone, guardò all’interno. Dava sull’intercapedine tra la chiglia e la parete interna della nave. Uno strato d’acciaio di quattro centimetri di spessore lo proteggeva dall’esterno, e una parete di metallo più sottile, ma con trenta centimetri di isolante, lo separava dall’interno: lì in mezzo sarebbe stato bene. Lanciò dentro le reti con i viveri e le bombole d’aria(16) che avrebbe utilizzato per pressurizzare quello spazio appena la nave fosse partita, poi chiuse il portellone.

«Andate tutti al diavolo!» gridò dentro la sua tuta.(17)

Ascoltò l’eco di quell’urlo rimbalzare nella sua mente, sperando che questo sciogliesse quell’angoscia che continuava a rimbombargli nelle budella.

Stai facendo la cosa giusta, si disse.(18)

Ora doveva solo aspettare che quel rottame si mettesse in viaggio, questa volta non l’avrebbero beccato.

(1)

Perché?

Messo così non ha molto senso, se non abbiamo un motivo valido per cui debba pensarlo. O se non mi dai la tensione necessaria che mi serve a capire che vuole che si spicci perché non vuole essere visto.

(2)

Questo è implicito nella seconda parte della frase. Quindi potrebbe anche essere tolto.

(3)

Questa battuta, probabilmente starebbe meglio prima dell’azione, perché è proprio perché non vuole aspettare che decide di sgattaiolare dentro.

(4)

Se imposti la frase in modo che trapeli la sicurezza di Jack, amplifichi la sensazione di “voglia di dimostrare” e cocciutaggine adolescenziale.

(5)

Quali? Quante? Come? Cosa?

Dammi informazioni specifiche che il lettore possa visualizzare concretamente.

(6)

Non abbiamo sufficienti riferimenti spaziali per capire cosa stia facendo davvero.

Abbiamo solo un portellone e qualcuno che sgattaiola nel mezzo.

Facci capire dove siamo e cosa sta facendo.

Menzionare il vuoto e basta non è sufficiente.

È vero che lui ne è abituato, ma anche il lettore ha bisogno di capire dove lo stai infilando e cosa deve visualizzare.

Inserisci dettagli significativi che ci aiutino a capire come dobbiamo orientarci.

(7)

Mmh. Valuta se mettere o meno questa parte.

È vero che vuoi far conoscere jack, ma levi al lettore molto del gusto di scoprire chi sia, buttando qui questa frase in questo modo.

Io eviterei. O almeno la porrei in maniera diversa.

Tra l’altro, se la togli e leggi il resto delle frasi, è anche più incisivo.

Perché ci dice che comunque quello che ha non gli basta, senza sembrare che si commiseri e senza che il narratore sia troppo invadente.

(8)

Non dovrebbero fluttuargli intorno, senza bisogno di spingerle? Non è nel vuoto, all’esterno?

(9)

Questo non è che serva poi molto messo in questo modo.

(10)

Ferdinand? Refuso?

(11)

Potresti essere più specifico. Ci dà l’idea chiara di cosa significhi e di cosa Jack voglia evitare.

In più ci dice moltissimo del luogo e del tempo in cui ci troviamo e dà indicazioni chiare dell’ambiente in cui ci stiamo muovendo.

(12)

Forse sarebbe meglio un punto e virgola.

(13)

Questa parte la metterei appena esce dal portellone. Così abbiamo chiaro dove si trovi. E spezzettiamo le descrizioni in modo che non ci siano blocchi troppo statici di testo fra un’azione e le altre.

(14)

Occhio che, messo così, il narratore è molto invadente. Noi invece vogliamo che passi il concetto che Jack sappia esattamente come e dove mettere le mani, non che il narratore voglia darci una spiegazione di quello che starà per fare.

Tanto più che se dopo spieghi cosa faccia, e trapela che lo sta facendo in modo molto naturale, buona parte dell’utilità di quella frase evapora ulteriormente.

Io riformulerei in modo che passi il concetto ma in maniera più dinamica. Magari rendendo Jack meno passivo e dandogli un pensiero diretto.

Facciamolo interagire un po’ con sé stesso e con la “nave”.

(15)

Questa ripetizione si può togliere.

(16)

Questa informazione arriva troppo tardi sul blocco di testo.

(17)

Troppa rabbia in questa battuta, per quello che è Jack.

Ci vuole più desiderio di libertà e indipendenza e meno capriccio.

(18)

Non serve. Hai già il corsivo che ci dice che è un pensiero diretto.

 

 

Lo so che il momento in cui viene restituita la bozza con tutti i commenti può essere scioccante per un autore.

Io lo so, perché anche io ho ricevuto qualcosa come un trillione di note su una singola pagina. Non ci si aspetterebbe mai una quantità tale di commenti. Ma sono necessari. E sono delle OPPORTUNITÀ immense. Perché ogni commento è un modo di andare ancora più a fondo. E se si capisce l’enorme potenziale che ci viene messo a disposizione, correggere e riscrivere diventa un “male necessario” che diventa immediatamente un'”occasione” di crescita.

Quindi, se l’autore riesce a non avere un infarto, si può proseguire. E lui c’è riuscito; infatti questa è la prima correzione di James, e i conseguenti commenti inseriti alla mia rilettura:

Jack


«Andiamo, andiamo, andiamo!» disse Jack guardandoò il portellone della camera d’equilibrio aprirsi, quel movimento, ora, gli sembrava di una lentezza estenuante.(1)

Appena ci fu lo spazio sufficienteNon ne attese l’apertura completa, vi si infilò di lato, strisciando con la schiena sullo stipite.

«Al diavolo!» disse oltrepassando quella soglia.(2) Fece due passi in avanti (3)agganciando gli stivali magnetici al pavimento e trascinandosi dietro le due reti che si era portato. La piastra magnetica che le ancorava al suolo grattò sul metallo. Dentro ci aveva messo viveri per tre giorni e due bombole d’ossigeno: gli sarebbero bastati fin dopo la partenza, lui (4)non aveva bisogno di altro.con quello che si era portato Si spostò verso l’oblò che dava all’esterno in attesa che terminasse il ciclo di depressurizzazione.

Eccola la nave(5), pensò.(6)

La sagoma nera dell’astronave occupava tutta la parte inferiore del suo campo visivo. La parte alta, invece, era governata dall’immagine di una splendida(7) Terra. In mezzo, tra la nave e la sottile ed evanescente atmosfera che circondava il pianeta, c’erano le stelle.

Ed ecco dove voglio andare, si disse.(8)

Jack era convinto che lì fuori, da qualche parte, vi fossero le risposte che stava cercando.(9)

Sapevadiche non essere nato né sulla base, né sulla Terra, era dunque in quello spazio pieno di punti luminosi che avrebbe trovato conforto ai suoi dubbi, non certo rimanendo lì sulla Base Alta(10).

Il portellone davanti a lui si aprì(11), Jack uscì e si fermò sulla passerellapassarella di manutenzione.(12)

Una sensazione di angoscia insistente lo avvolse.(13) La sentiva ovunque, allo stesso modo del vuoto assoluto che c’era lì, intorno a lui.

Alle sue spalle il portellonela camera d’equilibrio si richiuse senza rumore. Se non fosse stato per il bip della sua tuta quell’evento passosarebbe stato silenzioso.(14) Ma dentro di lui silenzioso non lo era stato, affatto.(15)Non stava lasciando una ragazza, non ne aveva mai avuta una. Non stava lasciando un padre e una madre, non li aveva mai conosciuti. Stava lasciando delle persone che gli avevano voluto bene, che lo avevano accudito amorevolmente, che lo avevano ascoltato quando aveva bisogno di parlare, ma tutto si apriva e si chiudeva in quel semplice contesto. Non era arrabbiato con loro, non sentiva nessun astio contro quelle persone, solo che ora, tutto quello che aveva lì, sulla base(J1). E a lui, quello, non gli bastava più.

Alzò la testa. Sopra di lui(16) la Terra si muoveva lenta(17), mostrando il continente africano ancora parzialmente avvolto nel buio. Sotto di lui,(18) oltre il bordo della nave, ora scorgeva gli anelli abitativi della base che ruotavano. Lo stavano facendo ininterrottamente da oltre un secolo.

Jack deglutì quella sensazione di sbagliato che aveva accompagnato ognuno dei suoi tentativi di fuga, prese le due reti piene di roba che aveva con sé e le spinse sulla chiglia (J2)di quella vecchia nave.(19) Titans, gli sembrava si chiamasse. Aveva poco tempo prima che gli operai iniziassero a lavorare sullo scafo di quel vecchio cargo(20) e che il vecchioFerdinandFerdinad, a bordo del suo ragno, iniziasse a scandagliare il ferro meteorico di cui era fatto a caccia di micro-falle e detriti(21)si occupasse della manutenzione di quella nave. Doveva fare in fretta,(22) questa volta doveva riuscire a scappareci.

Jack avanzò, si assicurò che gli stivali si agganciassero allo scafondosie avanzòsi diresse,con gli stivali magnetici allo scafo, dirigendosi, spedito, verso il portellone di manutenzione che aveva individuato. Si guardò intorno, le luci della base iniziavano ad accendersi(23), le gru esterne a muoversi. Sullo scafo dell’astronave ancorata all’hangar vicino, lo scintillio di una saldatrice stava a indicare che i lavori erano già iniziati. Alzò la testa. Sopra di lui la Terra si muoveva lenta, mostrando il continente africano ancora parzialmente avvolto nel buio. Sotto di lui, oltre il bordo della nave, scorgeva gli anelli abitativi della base che ruotavano. Lo stavano facendo ininterrottamente da oltre un secolo.

Arrivò davanti al portellone di manutenzione. L’osservò con attenzione.

Perfetto, si disse,.Èè un vecchio modello, questo lo apro a occhi chiusi.: quelle vecchie navi ne erano piene, ed era facile manometterli

Doveva solo prestare attenzione ai sensori, . aAll’equipaggio sarebbe sembratodovuto sembrare un piccolo guasto momentaneo, il contatto casuale di un sensore difettoso, come tanti altri doveva averne un’astronavequella vecchia(24)astronave come quella(25).

Jack si inginocchiò(26), prese la maniglia di apertura e iniziò a girarla. Osservò con attenzione la luce di segnalazione, appena si spense si fermò. Richiuse di qualche giro la maniglia fino a farla riaccendere. Prese la chiave universale, smontò l’alloggiamento del led e bypassò il segnale del sensore di chiusura del portellone: all’interno sarebbe sembrato tutto chiuso anche se quel portellone fosse stato aperto. Jack richiuse tutto e ricominciò a ruotare la maniglia. La luce si spense ma ora sapeva che per l’equipaggio la luce sarebbe risultata accesa.(27) Aprì il portellone, guardò all’interno. Dava sull’intercapedine tra la chiglia e la parete interna della nave. Uno strato d’acciaio di quattro centimetri di spessore lo proteggeva dall’esterno, e una parete di metallo più sottile, ma con trenta centimetri di isolante, lo separava dall’interno: lì in mezzo sarebbe stato bene. Lanciò dentro le reti con i viveri e le bombole d’aria(J3) che avrebbe utilizzato per pressurizzare quello spazio appena la nave fosse partita, poi chiuse il portellone.

«Andate tutti al diavolo!»Andrà tutto bene, si disse, nel tentativo di farsi forza.(28)

Era un vero peccato che non lo avessero fatto partire prima, che ogni volta trovassero una scusa per farlo restare lì.(29) Aveva diciott’anni ormai, e un sacco di domande che cercavano rispostagridò dentro la sua tuta.

«Sì, Jack, andrà tutto bene» disse a voce alta. Ascoltò l’eco di quelle parolel’urlo rimbalzare nella sua mente, sperando che questo sciogliesse quell’angoscia che continuava a rimbombargli nelle budella.

Sì, s(30)Stai facendo la cosa giusta., si disse.

Ora doveva solo aspettare che quel rottame si mettesse in viaggio, questa volta non l’avrebbero beccato.(31)

(1)

Qui potresti aggiungere qualcosa che ci faccia capire che non vuole essere scoperto. Come magari il guardarsi alle spalle in maniera ansiosa mentre aspetta l’apertura del portellone.

Un’altra cosa che ci starebbe benissimo è il “capire” che siamo dentro una tuta spaziale. Magari puoi menzionare il fatto che sente la propria voce compressa all’interno del casco, o metallica attraverso il microfono, insomma… qualsiasi cosa tu ritenga possa essere utile a passarci quella sensazione.

E ti consiglio di formulare la frase cercando di togliere il “disse”, ma facendo trapelare semplicemente le azioni legate alla battuta.

(2)

Io potenzierei questa frase in modo da trasformare il dialogue tag in un beat, quindi eliminando il disse, e lasciando che il lettore abbia addosso il senso di sfregamento.

Qualcosa tipo:

«Al diavolo!» Ci s’infilò di lato, nello spazio appena sufficiente, strisciando con la schiena sullo stipite.

In questo modo eviteresti la ripetizione dell’oltrepassare la soglia perché battuta e movimento diventano compatibili e simultanei.

(3)

Sì, ma dove di preciso?

(4)

Valuterei di cambiarlo semplicemente con “e”.
Concede comunque quel senso di indipendenza, venato di capacità di adattamento; e sappiamo già che è “lui”.

(5)

Valuta se tenere anche questo: in fin dei conti, subito dopo menzioni l’astronave, quindi è molto naturale che lui pensi semplicemente un “eccola”, perché a sé stesso non ha bisogno di ricordare che è una nave. ^_~

(6)

Non serve. Si capisce che è un pensiero diretto.

(7)

Secondo me dovresti spacchettare questo aggettivo. Perché splendida? Cosa la rende tale? Cosa gliela fa percepire così? Dammi gli occhi di Jack e concentrati su particolari concreti che mi veicolino quella sensazione.

(8)

“Si disse” non serve. È un pensiero diretto, lo vediamo che se lo sta dicendo.

(9)

Se imposti la frase in modo che trapeli la sicurezza di Jack, amplifichi la sensazione di “voglia di dimostrare” e cocciutaggine adolescenziale.

(10)

In questo pezzo, da “La parte alta” a “la Base Alta”, ci sono diverse ripetizioni. Secondo me, gestendo meglio le frasi riesci a creare più fluidità al pensiero di Jack dato dal narratore, in relazione a ciò che vede. Così è un po’ ridondante, ritorna Terra, pianeta, e hai dovuto scrivere “punti luminosi” per non ripetere stelle.

(11)

Come?

(12)

Qui ci vorrebbero le reti che fluttuano per la mancanza di gravità.

(13)

Ok. E come si manifesta in Jack? Spacchettala. Fammela sentire addosso.
“La sentiva ovunque” non è sufficiente a dirmi “come”.

(14)

Questo suona un po’ bruttino. E capisco che vuoi dire che nel vuoto non c’è rumore, ma ti conviene concentrarti su cosa percepisce, piuttosto che su quello che non percepisce Jack. Potrebbe essere interessante sapere che l’unica cosa che magari sente è il suo respiro nel casco, o il cuore che gli batte nei timpani. Vogliamo capire cosa si provi a stare incollato con gli stivali allo scafo di un’astronave guardando lo spazio mentre stiamo lasciando alle spalle tutto quello che conosciamo.

(15)

Come sopra. Questa ripetizione non dà molta enfasi: risulta ridondante senza un motivo specifico.
Spacchettalo: cosa si chiude DAVVERO con quel portello? I suoi affetti? Le sue sicurezze? Cosa si lascia DAVVERO alle spalle?

Utilizza le frasi successive per veicolare questa sensazione da abbinare alla chiusura del portello.

(James 1:)

Per far trasparire il fatto che non è un moccioso viziato che vuole scappare.

(Risposta:)

Siamo già in una direzione migliore, anche se diluirei le informazioni di questa frase insieme a ciò che avviene prima.

(16)

Se dici che alza la testa, e va benissimo che lo faccia, questa parte non serve.

(17)

Davvero riesce a percepirne il movimento? Non credo. Concentriamoci su quello che lui può percepire, che in questo caso è ciò che vede.

(18)

Considera che hai usato la stessa dinamica anche prima, guardo su e guardo giù. Diventa ripetitivo in un pezzo così corto.

(James 2:)

Hai ragione, ho corretto aggiungendo un dettaglio sopra.

(Risposta:)

Ok, per l’aggancio al pavimento. ^_~

(19)

Questa parte la puoi togliere: poco dopo dici che è un vecchio cargo, che è qualcosa di più specifico di “nave” e ci dà un’idea più chiara sul tipo di nave che sia. A quel punto riposizionerei anche la frase con il nome ipotetico della nave.
Magari inserendo che dai registri di attracco ne aveva letto di sfuggita il nome (o qualcosa del genere).

Così l’informazione non ci arriva vaga, ma in modo specifico da qualcosa che Jack ha fatto per sceglierla. Magari lo ha fatto proprio perché è vecchia, perché devono fare delle operazioni di manutenzione prima di farla ripartire, e che gli danno il tempo per pressurizzare l’angolino di scafo che si è scelto.

(20)

Per fare cosa? Anche lui si intende di navi. Fammi capire che sa cosa debbano farne. E che quindi sa di avere il tempo necessario, ma non così tanto per non rischiare di non essere comunque scoperto.

(21)

Questo va bene. Direi benissimo. A questo punto la frase precedente sugli operai diventa inutile e raddoppia qualcosa che è già esistente e più efficace.

(22)

Forse sarebbe meglio un punto e virgola.

(23)

Ecco. Questo è il posto giusto per mettere la parte di descrizione sulla Base Alta che avevi messo prima.

(24)

Ripeti veramente molto spesso che la nave è vecchia. Troppe.

Concentrati su particolari mirati che ci facciano capire che è vecchia, senza dirlo apertamente.

(25)

Occhio che,  tendenzialmente, da “Arrivò” in poi il narratore è molto invadente. Noi invece vogliamo che passi il concetto che Jack sappia esattamente come e dove mettere le mani, non che il narratore voglia darci una spiegazione di quello che starà per fare.

Tanto più che se dopo spieghi cosa faccia, e trapela che lo sta facendo in modo molto naturale, buona parte dell’utilità di quella frase evapora ulteriormente.

Io riformulerei in modo che passi il concetto ma in maniera più dinamica. Magari rendendo Jack meno passivo e dandogli un pensiero diretto.

Facciamolo interagire un po’ con sé stesso e con la “nave”.

(26)

Metterei “In ginocchio”, così eviti di ripetere Jack.

(27)

Domanda: Perché lo apre, per poi richiuderlo? Non potrebbe semplicemente bypassare il segnale e basta? Perché ha bisogno che si accenda e poi si spenga?

(James 3:)

Con le informazioni inserite all’inizio dovrei aver risolto.

(Risposta:)

Sì, al punto che adesso potresti anche evitare di specificare cosa ci sia dentro, visto che già lo sappiamo.^_^
Però ci interessa sapere che pressurizzerà con le bombole d’ossigeno.

Quindi, ne abbiamo bisogno in parte.

(28)

Questo lo leverei e lo sostituirei con un “vedrai”. Come se si stesse autoconvincendo.

“Andrà tutto bene, vedrai.” Si capisce che è un modo di farsi forza.

(29)

L’intento è buono, ma lo potenzierei.

In fin dei conti “CHI” considera che sia un peccato? Il narratore?
Questa frase andrebbe resa più personale.

“Le domande accumulate in diciott’anni attendevano risposta.
Il tempo delle scuse per trattenerlo lì ancora era finito.”

Questo è solo un esempio, ovviamente. Trova il modo tuo per rendere personale quella sentenza, senza che trapeli troppo il giudizio del narratore.

(30)

Questo lo leverei.

(31)

Aggiungerei qualcosa che ci faccia capire come si accomoda nello spazio che si è ricavato. Che ci faccia capire cosa sta facendo mentre si convince che la decisione è giusta.

Magari si siede, controlla dentro le reti, si fa spazio… insomma: dacci dei riferimenti visivi e percettivi utili. Che ci facciano capire che quei gesti vogliono marcare il fatto che non vuol tornare indietro ma che al tempo stesso gli servono per farsi coraggio, perché sta cercando di fare qualcosa che gli cambierà la vita.

 

 

 

In genere, il primo scambio di bozze si rivela fondamentale per impostare la direzione che si vuole seguire, e apre alle domande che di primo impatto il testo crea nel lettore.

Cosa c’è che funziona? Cosa manca ancora? Cosa può essere potenziato? Questo serve davvero? Questa frase sarebbe meglio altrove?

Si affronta ciò che manca in relazione a ciò che si è percepito, o che si è ritenuto necessario o superfluo.

Fino a qui, questa parte è sicuramente la più “pesante” per l’autore, perché non ci si aspetta mai che ciò che si è riscritto necessiti di ulteriori chiarimenti o migliorie. Questo è un momento fondamentale che determina di che pasta è fatto l’autore. È un po’ l’equivalente della rottura del fiato quando si corre: se passi questo momento, il resto è tutto in discesa.

Da parte dell’autore serve una buona dose di autostima per non farsi “buttare giù” dai commenti. Deve capire che tutto andrà a suo beneficio e non a suo discapito.

Perché lo sconforto è una reazione plausibile e molto comune, ma deve anche essere lo sprone necessario per fare il passo successivo: essere più incisivi. Perché il fine è il lettore e l’autore è lì per comunicare nel modo più efficace possibile con lui.

Andiamo alla pagina successiva, per vedere come abbiamo iniziato a cesellare il brano.

 

 

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